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Il blog di Laura Pirovano: appunti di viaggio, segnalazioni di giardini, proposte di plant design

Un giardino all’insegna del recupero dei materiali

Certosa Square, Parc Nouveau

Un intervento intelligente e anche esteticamente gradevole all’insegna della sostenibilità perseguita con un attento e creativo uso di materiali riciclati soprattutto per le pavimentazioni: attore lo studio di architettura del paesaggio Parc Nouveau. Mi racconta il progetto l’amica Margherita Brianza che dello studio è la fondatrice e che lo dirige con i due soci Luca Manzotti e Carolina Pelosato (https://www.parcnouveau.com/studio/).

Il contesto il quartiere Certosa, precisamente tra via Pierin del Vaga e via Polidoro da Caravaggio, il progetto del giardino è stato affidato a ParcNouveau dalla società RealStep che aveva avviato un processo di rigenerazione della zona. Il nuovo spazio rafforza la vocazione dell’area come polo urbano di creatività, musica e socialità e il cortile mette in relazione tre edifici: il Co-Factory già attivo, un club in via di completamento e un bistrot in fase di ristrutturazione, diventando una naturale estensione delle loro funzioni e un nuovo punto di riferimento per il quartiere.

In loco c’era la disponibilità di molti materiali che anzichè andare in discarica potevano essere utilizzati, come cemento, cubetti di porfido, masselli autobloccanti, traverse ferroviarie rigenerate e acciaio …Ecco che sono stati inseriti nella pavimentazione per i vari percorsi con un risultato originale e molto piacevole.

L’intervento si caratterizza per un luogo permeabile, sostenibile e aperto al quartiere, concirca 1600 m² di nuove superfici verdi. Graminacee, arbusti e piante erbacee convivono con nuove alberature, creando quinte verdi e micro-spazi per la sosta. I rain garden migliorano il drenaggio naturale e mitigano gli effetti microclimatici, trasformando il verde in un’infrastruttura attiva per il benessere. Il cortile è concepito come un’estensione dello spazio pubblico: aperto al quartiere durante il giorno, si anima la sera grazie alle attività che vi si svolgono, diventando scenografia per incontri, eventi e pause quotidiane.

Planimetrai del progetto di giardini di ParcNouveau

 

A Palazzo Citterio

Alice Zanin, Candy eaters, spatole rosate in papier maché appese all’interno del tempietto disegnato da Mario Cucinella a Palazzo Citterio

Molto interessante la sala nel piano apogeo del palazzo dedicata all’opera Nobu al Elba di Giovanni Frangi che era stata presentata per la prima ed unica volta nel 2004 a Villa Panza di Biumo. L’opera è costituita da 4 enormi tele dipinte e da una ventina di sculture in gommapiuma disposte in apparente ordine casuale nella stanza, su cui gira la luce a intervalli regolari. L’intento dell’artista è quello di fornire una emozione come quella che si prova di notte di fronte ad un corso d’acqua.

Nobu al Elba, Frangi

Nobu al Elba, Frangi

Nobu al Elba, Frangi

Il modellino dell’opera

Piccoli giardini segreti a Milano

Giardino Calderini. Fonte urban file

Non lontano dalla chiesa di Sant’Ambrogio e dall’Università Cattolica ci sono due piccoli giardini nascosti, angoli di tranquillità, romantici e dotati di una certa eleganza.
Parlo in primo luogo del Giardino Calderini, in via Sant’Agnese dedicato all’archeologo Aristide Calderini. All’ingresso dello spazio verde gli affascinanti resti del portico d’ingresso con archi a tutto sesto, colonne e alcune statue di un antico edificio, “Casa dei Corii”, dal nome della famiglia legata alla corte dei Visconti prima e degli Sforza poi. Un palazzo quattrocentesco progettato pare da Bramante e rimasto intatto dal XV secolo fino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ci sono passata qualche giorno fa e anche se un pò spoglio l’ho trovato interessante: vale la pena di rivederlo con il glicine e gli agapanti in fiore.

Il secongo giardino è in Largo Gemelli accanto all’Università Cattolica, chiamato Giardino delle vergini e dedicato a Santa Caterina di Alessandria, vergine e martire e protettrice degli studi. All’ingresso un cartello recita “Riservato alle signorine studentesse”! Progettato come un viridario medievale, tipico giardino tardo medievale, ha un disegno semplice ed è disseminato di capitelli e blocchi di pietra.

Giardino delle vergini. Fonta Web

 

La compagnia della teppa: prima parte. Riccardo Rossetti

Villa Simonetta in un dipinto ottocentesco di Giuseppe Alinovi

Cominciamo col dire che la fedele traduzione di teppa, dal nostro dialetto all’ italiano, è muschio.

Ad aggiungere una nuova accezione negativa al termine fu la famigerata Compagnia della teppa, che trasse il proprio nome, secondo la storiografia più diffusa, dal fatto che i membri bighellonavano sul manto erboso (o di muschio) intorno al Rivellino, antica fortificazione del Castello Sforzesco decrepita allora come oggi. Un altro significato, anch’esso accreditato, sostiene invece che gli adepti portassero un cappello a tricorno di felpa arruffata simile appunto alla teppa.

Il Rivellino del Castello

GIOVINASTRI COL TIPICO CAPPELLO DI FELTRO

Da quel momento teppa divenne sinonimo gentaglia e cominciò ad andare a braccetto con locch, perdigiorno, balordo o malvivente, dando vita in seguito alla parola teppista.

Sulla storica Compagnia della teppa, fondata tra il 1816 e il 1817 e sciolta nel 1821, si è scritto e tramandato parecchio; l’opera più ricca di informazioni a riguardo è certamente Cento Anni di Giuseppe Rovani. Nel 1941 fu prodotto anche un film per la regia di Corrado D’Errico: molto liberamente ispirato alla reale compagnia ma ambientato, per non recar offesa al coevo alleato austriaco in piena Seconda Guerra Mondiale, durante il periodo napoleonico e non sotto l’occupazione asburgica.

Non molti anni dopo la prima compagnia della teppa, se ne formarono una seconda, di breve durata e del tutto ininfluente, e una terza, considerata la vera e propria Seconda Compagnia della teppa.

Ma partiamo dal principio e dalla prima, la più famosa. In origine la Compagnia della teppa era un gruppo composto non da malviventi ma da giovani di buona famiglia, artisti e addirittura aristocratici; una sorta di scapigliatura estrema che fomentava i milanesi contro l’occupante austriaco. In poco tempo si aggregarono sempre più persone delle più disparate estrazioni sociali ma, purtroppo, la compagnia presto degenerò; le riunioni nei caffè letterari a scopi insurrezionali furono sostituite da scherzi sempre più pesanti, violenza gratuita (organizzavano agguati nel buio della notte per bastonare i mariti delle mogli su cui avevano posato gli occhi o chiunque non andasse loro a genio), mangiate a scrocco e stupri. La polizia asburgica, comunque, sembrava tollerare: un po’ per non creare ulteriore tensione in una contesto già delicato e molto perché alcuni giovani della compagnia appartenevano a famiglie milanesi altolocate, non intervenne mai drasticamente. Non prese provvedimenti nemmeno quando alcuni membri gettarono nel Naviglio una garitta (un piccolo box solitamente di legno per proteggere dalle intemperie le sentinelle), con dentro un soldato che si era addormentato durante il suo turno di guardia.

A capeggiare la Compagnia della teppa era il barone Gaetano Ciani, meglio noto con lo pseudonimo di Baron Bontemp (il Barone Buontempo).

UN DIPINTO RITRAENTE GAETANO CIANI IN COSTUME

Nato nel 1780 e fratello di Giacomo e Filippo, che in seguito divennero due noti patrioti milanesi, ripudiava il lavoro come la peste, preferendo spassarsela e scialacquando il ricco patrimonio di famiglia: a tal proposito affittò Villa Simonetta per farne la sede della compagnia. Altri membri della Compagnia della teppa, sempre a quanto riporta il Rovani, erano: Il Paltumi, Il Besozzo, Il Barozzi, Il Carulli, il malvagio Milesi e un noto assassino di nome Giosuè Bernacchi che finirà in seguito al manicomio della Senavra (nel futuro Corso XXII Marzo), solo per citarne alcuni. Un menzione di riguardo va senz’altro all’ideatore della maggior parte delle burle, Mauro Bichinkommer, figlio di genitori svizzeri ma nato a Milano, in grado di schernire la soldataglia austriaca col suo fluente tedesco ma, soprattutto, talentuoso falsificatore: pare fosse talmente abile da riprodurre perfettamente ogni firma o documento. Da ricordare assolutamente due dei suoi scherzi più riusciti. Il primo, ai danni del Cardinale Karl Von Gaisruck, piazzato di proposito dagli austriaci a capo della diocesi Milanese per controllarla; uomo di rara avarizia, fu costretto a pagare di tasca propria un sontuoso banchetto a diciotto prelati perché il Bichinkommer aveva riprodotto il suo timbro e falsificato la sua firma. Il secondo riguarda invece un gran ballo in onore del viceré Ranieri nel 1820. Sempre il Bichinkommer, presentò una falsa lettera del cerimoniere, il conte Settala, che ordinava a tutte le carrozze di rientrare da Palazzo Reale; all’uscita i numerosi e nobilissimi invitati furono costretti a rincasare sotto un violento acquazzone, lordando i lussuosi abiti e ricoprendosi di fango fino alle ginocchia. Tuttavia questo è nulla perché il meglio, o il peggio, doveva ancora arrivare.

Fine prima parte

 

Intorno ai giardini degli scrittori

Luca Bergamin, giornalista e scrittore, accompagna il lettore in un viaggio insolito alla scoperta delle passioni botaniche e dei giardini che sono stati fonte di ispirazione e di dedizione di una quarantina di scrittori della letteratura mondiale. L’ autore spazia dai ginepri sardi amati da Deledda, fino al meleto che Tolstoj realizzò per la madre, visita – tra gli altri – i giardini di Goethe, Cioran, Neruda, Gide e indaga le ossessioni floreali di Agatha Christie, Virgnia Wolf e Henry James.

Gli scrittori si presentano come coltivatori (Orwell con le sue rose, Manzoni con gli amati platani e le ortensie), attenti osservatori (come Calvino tra Sanremo, Roccamare e Roma, Saramago tra i cactus di Lanzarote, Dickens da Genova al Kent), esteti come i giardini di Boboli amati da Dostoevskij e il Marchese de Sade, idealizzatori (i giardini labirinto di Borges, Villa Medici con Keats e Chateaubriand). Infine vengono raccontati ,nell’ultimo capitolo, gli architetti disegnatori attraverso i giardini ideati e curati da Jane Austin nell’Hampshire, Morselli nel parco sotto il Monte Rosa, Kipling nel Sussex, Rousseau in Val-d’Oise e a Chambéry, Wharton tra The Mount e il Sud della Francia.

“I giardini e gli spazi all’aperto svolgono un ruolo centrale nei romanzi di Jane nono solo perchè sono ottimi espedienti letterari, ma anche perchè Jane amava stare nella natura tanto quanto i suoi personaggi” così nelle parole dell’autrice Molly Williams che si propone di creare un compendio dei riferimenti botanici presenti nei principali romanzi della scrittrice.

Si passano in rassegna momenti della vita di Jane Austin, le sue piante preferite, si offrono consigli pratici per coltivare frutti e ortaggi, per preparare l’acqua alla lavanda, ghirlande decorative, o lo sloe gin e nel contempo si illustrano gli stili del giardino e la gestione dei boschi nell’età della Reggenza. Tante citazioni dalle meravigliose opere di Austin dove si scoprono le sue passioni botaniche e i suoi parchi preferiti.

Quali strutture per utilizzare i rampicanti

Un esempio suggestivo è l’impiego giapponese di strutture di bambù a comporre un pergolato composto da diversi livelli per distendere i rami dei ciliegi da fiore in modo da stimolarne la fioritura e da esibirla in tutto il suo splendore. Un altro impiego, più adatto ai nostri giardini, potrebbe essere quello di far adagiare i lunghi rami di una rosa rambler come ad esempio Rosa banksiae in modo da poter apprezzare in pieno la sua splendida e rigogliosa fioritura

Nei Jardins de l’imaginaire, progetto molto interessante di K. Gustafson, il pergolato diventa una sorta di galleria verde dove poter passeggiare in una piacevole frescura.

La pergola in ambiente campestre può essere una struttura semplice come quella ideata nel suo giardino in Monferranto da Giorgio Rolando Perino: una struttura ottagonale realizzata con tronchi di nocciolo e ricoperta da glicine

 

Molto semplice, rustica ed economica, una soluzione composta da elementi di ferro grezzo appoggiati su una struttura di assi di legno. Progetto presentato alcuni anni al Festival di giardini di Chaumont

 

Molto elegante il gazebo che Jacques Wirtz ha disegnato per l’Ornamental garden del parco di Alnwick garden tutto ricoperto da una lussureggiante rosa rambler.

 

Due trellis prospettici realizzati con semplici rami di nocciolo sulla parete del giardino di Gresgarth Hall, di Arabella Lennox Boyle in Inghilterra

Per indirizzare i rami delle piante lungo i muri secondo forme determinate si possono utilizzare semplici anche semplici assicelle di legno, ottenendo delle interessanti forme disegnate.

Canne sottili per comporre forme creative, Chaumont-sur-Loire

 

Un piccolo sostegno composto da pali di legno e rami di nocciolo intrecciato che rievoca gli elementi presenti nel giardino medievale. Giardino Borgo Medievale, Torino

Nel libro di recente pubblicazione RAMPICANTI, edito da Libreria della Natura, potrete trovare tante altre interessanti soluzioni.
(vedi altro post https://www.giardininviaggio.it/parliamo-di-rampicanti/)

Presentazione del programma 2026 del Gruppo giardino storico di Padova

L’11 dicembre Antonella Pietrogrande ha presentato il programma del Gruppo Giardino storico di Padova che nel 2026 sarà dedicato al tema “Giardini e paesaggi racontano la storia: la memoria coloniale nel presente” ;gli incontri si terranno a partire dal 22 gennaio fino al 14 maggio 2026 sempre online sulla piattaforma Zoom dell’Università di Padova dalle 17 alle 19. Sono anche previste due visite pomeridiane.

“Colonialismo e imperi, con la conquista di terre e risorse sottratte alle popolazioni indigene assoggettate sono state uno dei principali motori della trasformazione dei paesaggi su scala planetaria”. La circolazione di modelli esterni tra madrepatria e colonie è avvenuta in due sensi: 1) la dominazione culturale nelle colonie con l’esportazione di modelli di paesaggi urbani, rurali e giardinieri e 2) i modelli coloniali che alimentano in madrepatria un immaginario dell’altrove esotico.
Il corso si propone di rispondere a due quesiti: da un lato l’impatto del colonialismo sul paesaggio e sui giardini e dall’altro in che modo il rimescolamento di esseri viventi, culture e idee ha rimodellato i paesaggi e i giardini.

4 i temi principali che verranno affrontati dai diversi relatori:
– i paesaggi come espressione del dominio coloniale
– la creazione paesaggistica e il patrimocio dei giardini storici coloniali
– la colonizzazione come fattore della nascita del “giardino planetario”
– la “decolonizzazione” dei paesaggi

Il primo incontro del 22 gennaio 2026 sarà tenuto da Serge Briffaud (École Nationale Supérieure d’Architecture et de Paysage de Bordeaux) con Antonella Pietrogrande sul tema Giardini e paesaggi raccontano la storia: la memoria coloniale nel presente. Introduzione

Il programma del corso è visibile sul sito http://www.giardinostoricounivpadova.it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=69&Itemid=160

Per l’iscrizione al corso vedi il sito

 

News da Orticola di Lombardia

Orticola di Lombardia ha deciso di ampliare la sua visione con la nascita della Fondazione Orticola di Lombardia ETS, un passo che trasforma la sua centenaria storia e definisce nuovi standard.

Fondazione Orticola di Lombardia ETS ha di recente siglato una convenzione con il Comune di Milano per la riqualificazione e la manutenzione ordinaria del giardino Camilla Cederna di Largo Richini, situato di fronte all’Università degli Studi di Milano.

I progetti per Milano sono possibili grazie ai proventi derivanti dalla vendita dei biglietti d’ingresso alla Mostra-Mercato, che si tiene ogni anno nel secondo week end di maggio ai Giardini Pubblici Indro Montanelli, e all’impegno del Corporate Partner, Ceresio Investors.

La neonata Fondazione, con il supporto del Corporate Partner Ceresio Investors, si è assunta, nell’ambito del proprio scopo statutario, l’impegno verso Fondazione Politecnico di Milano a conferire per i prossimi 5 anni una Borsa di Studio a uno studente meritevole.

Comunicato Fondazione Orticola di Lombardia_dicembre 2025

L’altra Bicocca di Milano, di Riccardo Rossetti

LA BICCOCCA DI PORTA VITTORIA NEL 1884

Il nome Bicocca a Milano evoca ormai un solo luogo: il quartiere universitario nel nord est della città, la cui etimologia è più o meno nota a tutti. Il 27 aprile 1522 gli spagnoli di Carlo V sconfissero i francesi di Francesco I presso la Bicocca degli Arcimboldi, nobiliare villa quattrocentesca, ai tempi ancora in aperta campagna meneghina. I primi, equipaggiati con archibugi, sbaragliarono talmente i nostri cugini d’oltralpe che tutt’ora bicoca in spagnolo è sinonimo di bazzecola o di grande opportunità mentre in francese, ma meno usato, l’esatto contrario: disfatta, oneroso(ipoteca). Esistono un altro paio di significati ma li vedremo a breve. Tornando alla Bicocca che tutti conosciamo, si sappia solo che secoli dopo, per la precisione il 4 agosto 1906, i conti Pietro e Luisa Sormani(Biblioteca) vendettero l’area, più di centoquindicimila ettari tra la Bicocca, Greco e Monza, ad Alberto Pirelli.

LA BICOCCA DEGLI ARCIMBOLDI IN VIALE SARCA

IL CONTRATTO DI VENDITA DELL’AREA

Il resto è storia…Non proprio edificante. L’antico Comune di Greco perse definitivamente la propria identità, la produzione abbandonò in seguito la città e il quartiere Bicocca venne trasformato in un moderno polo universitario e residenziale che anni addietro qualcuno, purtroppo non ne ricordo il nome, definì una spianata tipo Berlino est. Ma anche l’analogia con il set di un film horror post apocalittico come La città verrà distrutta all’alba o Zombi di George A. Romero risulta calzante: squallidi e semi deserti vialoni, lambiti da desolati e anonimi palazzoni geometrici.

Ciò che è meno noto, invece, è che per secoli a Milano un’altra Bicocca rivestì un ruolo importante: costruita dagli spagnoli come forte difensivo, affiancata per un breve periodo da una Porta Tosa provvisoria (poi spostata di fronte a Corso XXII Marzo), adibita a polveriera, teatro di scontri durante le Cinque Giornate, divenuta in seguito caseggiato con attività commerciali e poi sparita nel nulla. Le notizie sono poche, frammentarie e talvolta discordanti ma questa grande e fantomatica struttura è realmente esistita e ora vedremo, per quanto possibile, di dipanare la matassa.

Come accennato in precedenza, una seconda accezione di bicocca è fortezza, solitamente posizionata su una rocca*: in spagnolo il termine bicoca indica la stessa cosa. La nostra seconda Bicocca era appunto un fortino eretto durante la dominazione spagnola e ubicato poco fuori il Borgo della Fontana, a ridosso dei bastioni, in corrispondenza dell’attuale Via Augusto Anfossi.

*Essendo queste fortezze posizionate in luoghi impervi, la manutenzione era spesso trascurata e dopo un certo periodo si riducevano a catapecchie, a bicocche, il termine che tutti conosciamo per descrivere edifici fatiscenti.

Grazie agli splendidi libri di Gerosa Brichetto sappiamo che gli spagnoli eressero una prima Porta Tosa, proprio accanto a suddetta fortificazione che faceva angolo, guarda caso, alla Strada della Bicocca o Strada per Calvairate.

MAPPA DEL 1883

Nel 1878 una commissione comprendente il senatore Tullo Massarani e il deputato Giuseppe Mussi proposero con successo al Consiglio Comunale il cambio toponomastico in onore del nostro eroico patriota: Augusto Anfossi fu uno degli eroi delle cinque giornate. Del suo nome sarà denominata l’attuale strada della Bicocca fino alla diramazione della via per Calvairate-Corriere della Sera, 9 Giugno 1878Giusto per dovere di cronaca è importante ricordare che questa strada è ciò che rimane dell’antichissima Via Regina di epoca imperiale che partiva da Porta Erculea, nome arbitrario ed incerto (dalla quale sarebbe sorta a breve distanza la Porta Tonsa/Tosa medievale), per poi dirigersi verso Cremona; il suo asse corrispondeva, grossomodo, alle odierne via Cavallotti, Largo Augusto, Via Battisti, Via Fontana e via Vicenza fino alle cinquecentesche mura spagnole, proseguendo poi come Anfossi al di fuori. La conferma ci giunge dalla Cascina del Pilastrello sul suo percorso; ai tempi dell’antica Roma le strade erano intervallate dai miliari, cippi di pietra distanziati da un miglio. Le successive cascine, oratori e santuari sorti in corrispondenza di quei pilastri vennero denominate del pilastrello. La cascina, o caseggiato, della Bicocca e del Pilastrello si trovavano sulla stessa direttrice.

 

ELENCO DI CASCINE FORI PORTA TOSA NEL 1856

La Bicocca di Porta Tosa fu teatro di aspri scontri durante le Cinque Giornate di Milano: i tentativi per conquistarla furono innumerevoli. Verso le 10 di mattina del 19 marzo 1848, i milanesi al di fuori dei bastioni tentarono di impadronirsene; sembrava cosa fatta ma il proprietario di una birreria adiacente la polveriera, va specificato di origine tedesca, fece entrare i soldati austriaci nel suo locale per poterla difendere meglio. I nostri si dovettero ritirare e solo il 22 marzo gli insorti, guidati dal Manara e dal Cernuschi, riuscirono a liberare tutta l’area. Molti dei nostri concittadini persero la vita, furono gravemente feriti o rimasero mutilati nel tentativo di espugnare quella maledetta polveriera; il ferroviere Francesco Vassena ne è un esempio.

Anche dopo l’Unità d’Italia parte del caseggiato rimase adibito a polveriera; specifico parte, dato che alcuni giornali di fine Ottocento rivelano attività commerciali all’interno della Bicocca. Lo sappiamo perché nel maggio del 1876 un negozio che vendeva aceto, situato alla Bicocca fuori Porta Vittoria, balzò agli onori della cronaca…Nera; al suo interno fu rinvenuto un cadavere in una botte. Un giallo in piena regola come lo è il nome del negozio di aceto chiamato di Ass. La storica osteria delle Asse, di Ass appunto, protagonista anch’essa delle Cinque Giornate e ritrovo per i buon gustai e gli appassionati del gioco delle bocce, secondo tutti i documenti consultati risultava in Via Marcona. Tuttavia è curioso che un negozio nelle immediate vicinanze, ma comunque non a trascurabile distanza, possedesse lo stesso nome anche perché, sempre secondo i giornali dell’epoca, presso un’osteria chiamata della Bicocca in Via Anfossi si tenevano spesso delle importanti gare di bocce…E risse. Un mistero sul quale speriamo di fare presto luce.

Non vi è una data precisa su quando la polveriera della Bicocca cessò le proprie funzioni. Una nuova ne sorse, in sostituzione di quella di Porta Sempione (Arco della Pace), tra il 1884 e il 1885, proprio accanto all’odiato ex fortino austriaco dell’odierno Largo Marinai di Italia (per approfondire: Il Forte austriaco di Porta Vittoria). Conservare esplosivi accanto alle sempre più numerose abitazioni sarebbe stato pericoloso.

L’ultima mappa in cui è distinguibile la sagoma della Bicocca risale al 1910, poi si dissolse nel nulla con la Milano d’un tempo.

ULTIMA TRACCIA DELLA BICOCCA DI PORTA VITTORIA NEL 1910

Con il Piano Beruto, la città iniziò a proiettarsi nelle campagne e nel futuro. L’elegante e settecentesca passeggiata dei bastioni fu demolita; le cascine e le osterie scomparvero; il verde delle campagne fu dapprima rimpiazzato con le fabbriche e in seguito dalle abitazioni; i Navigli, la Martesana, il Redefossi, le rogge e i fontanili vennero interrati o prosciugati; i nomi delle vie cambiarono. E della Bicocca di Porta Vittoria, come di un passato che Milano fa finta di celebrare ma che non tramanda né perpetua, se ne persero le tracce.

Ci abbiamo guadagnato? Dipende a chi lo si domanda.

 

Riccardo Rossetti

Letto per voi. Giardini sostenibili di Francesco Fedelfio

Francesco Fedelfio, GIARDINI SOSTENIBILI. Progettare, realizzare e mantenere spazi verdi a basso consumo idrico, Gribaudo, 2025, 352 pp.

“Questo libro vuole dare spunti di riflessione, introdurre alcuni concetti ed essere una fonte di ispirazione per creare ambienti belli, funzionali e sostenibili, anche in condizioni climatiche difficili o con risorse limitate”. Questo l’intento di Francesco Fidelfio che direi è stato raggiunto con successo.

L’autore, garden designer e docente in progettazione del verde, accompagna il lettore alla scoperta delle strategie progettuali e delle scelte più innovative per creare giardini che siano davvero sostenibili, in armonia con il territorio e quindi in primis con poche esigenze idriche.

Il libro si presenta come un agile manuale con molte soluzioni pratiche e casi progettuali e nello stesso tempo offre diverse suggestioni e idee anche grazie ad un ricco apparato fotografico.

Il primo capitolo è dedicato al funzionamento del giardino arido, alla descrizione dei suoi benefici in termini di biodiversità. Il secondo illustra fasi e metodologia della progettazione del giardino ed è completato dal successivo che è dedicato alla scelta delle piante più adatte al dry garden: utilissima la tavola che illustra sinteticamente un centinaio di specie per il giardino arido. Seguono indicazioni di plant design per la composizione delle piante in differenti esposizioni, e per la scelta di alternative al tradizionale prato all’inglese, ormai insostenibile e alcune pratiche per una manutenzione in armonia con la natura.

Molti casi progettuali che si riferiscono a differenti aree geografiche del nostro paese forniscono infine utili suggerimenti sia stilistici che pratici.

Giardini in viaggio Laura Pirovano