Sempre molto interessante la mostra Orticolario ormai arrivata alla quindicesima edizione dedicata al tema dell’Eden e con un importante omaggio alle piante alimurgiche ed elogi alla biodiversità.
Per un giardinaggio evoluto_De Lucchi_Pollini_ Klugmann_Mantero-2
Il premio Per un Giardinaggio Evoluto è stato dato alla chef e imprenditrice triestina Antonia Klugmann, patronne del ristorante L’Argine a Vencò (Gorizia), nota per la sua cucina sobria e consapevole basata su un profondo rispetto per la materia prima e la terra. “L’orto, il giardino e il selvatico continuano a insegnarmi moltissimo. Sono nel mezzo di un percorso che spero durerà una vita. Mi sento custode e osservatrice di Vencò, questa piccola ansa vicino al fiume Judrio. È qualcosa che ho sempre voluto per me: uno spazio dove cucinare e osservare la bellezza, soprattutto quella selvatica” . “Per la sua visione innovativa, che l’ha guidata nell’esplorazione del selvatico in modo autentico e rispettoso, creando proposte culinarie che non sono solo un’esperienza gastronomica, ma anche un messaggio profondo di sostenibilità, cura per l’ambiente e connessione con la terra. E infine, per la devozione assoluta con cui si dedica ogni giorno al proprio lavoro, ponendo al centro della sua ricerca non l’ostentazione del talento, ma la sacralità del gesto, il rispetto per ogni materia prima e la riconciliazione tra uomo e natura.” – la motivazione dichiarata da Moritz Mantero, presidente di Orticolario. Il premio, consegnato da Pico De Lucchi per Produzione Privata, è “una piccolo pagliaio” in legno massello di noce canaletto realizzato a mano libera da Gabriele Tarricone, rivestito in seta con stampa Mantero 1902: un simbolico passaggio di testimone tra l’ospite d’onore 2024, Michele De Lucchi, e l’ospite d’onore 2025.
Antonia Klugmann con il premio
La chef durante sulla sua interessante conferenza
La sua conferenza “Selvaticamente” è stata l’occasione per conoscere il suo approccio alle erbe spontanee commestibili e alla sua filosofia di una cucina tutta giocata sulla sperimentazione e sulla capacità di cogliere le sfumature di gusto dei tanti semplici ingredienti da lei applicati ai suoi piatti effimeri perché legati strettamente alle stagioni e alla reperibilità delle materie prime tutte colte in loco. Brava fotografa ama ritrarre tutte le sfumature dei prati stabili e delle piante selvatiche che ama in particolare perché non hanno bisogno dell’uomo per sopravvivere.
Ad aggiudicarsi il premio “La Foglia d’oro del Lago di Como” (ideato e realizzato in esclusiva per Orticolario da Gino Seguso della storica Vetreria Artistica Archimede Seguso di Murano) lo Spazio Miretti “Uno scrigno di natura rigenerante” (2) di Flavio Miretti, Brigitta Balestri e Matilde Tonelli. “Per la capacità di rappresentare l’Eden come ecosistema multisensoriale e accessibile ad un pubblico ampio, e per aver saputo tradurre un concetto complesso in un’esperienza sensoriale e culturale immersiva con attenzione alla qualità botanica, alla sostenibilità e alla cura del dettaglio” è la motivazione espressa dalla giuria.
Spazio Miretti Giardini “Uno scrigno di natura rigenerante. CREDITI ORTICOLARIO
Un particolare del giardino dello Spazio Miretti
Il premio Empatia è stato conferito allo Spazio Il giardino dei giunchi “Ecospirituale” di Daniela Giraudo (7) per la capacità di emozionare e coinvolgere un pubblico intergenerazionale con la rappresentazione di un Eden poetico, multisensoriale, simbolico, immersivo e ricco di biodiversità.
Il giardino Ecospirituale con il curioso drago di rami di nocciolo che attraversa tutto lo spazio
Interessante l’uso dei noccioli di pesca nella pavimentazione
Molto bello il minuscolo allestimento “Il giardino cittadino” dell’Azienda agricola Moretti , che ogni anno ci regala piccole emozioni molto naturali
In generale tutti i giardini creativi sono stati realizzati con grande cura e naturalezza e sono riusciti a rievocare le suggestioni del bosco e del sottobosco.
Un particolate deò VIAGGIO PRIMORDIALE DI A. VOLONTERIO E D. SIMONCINI
Il cuore del padiglione centrale è costituito da DZONOT progetto di Jonathan Arnaboldi e Matteo Pellicanò, realizzato con il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Milano e il contributo di STIHL.
Ecco alcune suggestioni di piante “catturate” dalla visita della mostra orticola.
MALUS CONTESSE DE PARIS nel giardino Miretti
Idesia polycarpa un albero dai bellissimi grappoli arancio in autunno. Giardino Miretti
ANEMONE FANTASY ELSA
CICLAMINO MINI DRAGON BLU
MISCANTHUS RED CHIEF. Il peccato vegetale
OXYDENDRON E EUONYMYS ALATUS COMPACTUS. vivaio il giardino
SASSAFRAS ALBIDUS, albero dai meravigliosi colori autunnali. Vivaio Il giardino
“Milano è stata per me, dal 1800 al 1821, il solo luogo dove abbia sempre desiderato stare.”
Così un giovane Stendhal (Henry Beyle), reduce dalle campagne napoleoniche in Russia, ricordava la sua amata Milano. Molti autori, come il Nostro Henry, elogiarono e descrissero la vita allegra e spensierata di quel periodo, fatta di caffè letterari, avvenenti signorine, balli, divertimenti e passeggiate in carrozza. Certamente altri, in netta controtendenza, descrissero una Milano agli antipodi con delinquenza in ogni dove, condizioni igienico sanitarie ignominiose, analfabetismo diffuso e indigenza conclamata. Ad ogni modo, Stendhal se la godette alquanto qui da noi, tanto da voler scritto sulla sua lapide nel cimitero di Montmartre a Parigi “Arrigo Beyle-Milanese”. Assieme a quel singolare francese, riuscirono a tornare dall’inferno russo anche alcuni nostri fortunati concittadini e tra loro, un signore di nome Giuseppe Garavaglia che ebbe la geniale idea di importare da quelle lande desolate un particolare divertimento tutt’oggi ancora molto in voga.
Ma facciamo un passo indietro. Sulla sinistra dell’Arco di Porta Romana, con il centro città di fronte a noi, nella seconda metà del ‘700 era venuta a formarsi una cava. L’area diventò presto paludosa, insalubre e infestata dalla malaria. Tra il 1795 e il 1797, per cercare di tapparla, i milanesi cominciarono a trasportarvi detriti e laterizi dai vari cantieri cittadini ma anche rifiuti e ciarpame di ogni sorta. Nell’arco di breve si venne a formare una collinetta artificiale denominata di lì a pochi anni Monte Tabor: anche se alcuni sostengono che il nome derivi dall’omonima collina in Galilea dove avvenne la trasfigurazione di Gesù, è assai più probabile che si riferisse alla vittoria francese del 1799 (Battaglia del Monte Tabor) contro i gli ottomani durante le campagne napoleoniche in Egitto e Siria.
Intorno a questo monte fiorirono, già dal 1810, numerose osterie ma solo una balzò agli onori della cronaca nel 1818 per una novità assai spassosa, merito dell’ingegno imprenditoriale di un nuovo gestore: il Signor Giuseppe Garavaglia.
MAPPA CATASTALE D’EPOCA CHE INDICA LA POSIZIONE DEL MONTE TABOR E DELL’OSTERIA DEL GARAVAGLIA
RIFERIMENTO CATASTALE ALLA PROPRIETA’ DEL GARAVAGLIA
Come accennato in precedenza, quest’ultimo aveva avuto modo di ammirare in Russia un intrattenimento che lo colpì profondamente e, una volta acquisita la licenza dell’osteria, cominciò a pavimentare parte della collina con assi di legno, inserendovi dei piccoli binari. Fece costruire dei carrelli a ruote metalliche per farceli viaggiare sopra e in men che non si dica, dopo Parigi, anche Milano ebbe le sue prime montagne russe. Se si considera che la ferrovia russa venne presentata in Italia la prima volta nel 1888 a Bologna durante l’Esposizione Emiliana e ufficializzata a Genova nel 1892 con l’Esposizione Italo americana, allora Milano fu in anticipo sui tempi di almeno settant’anni. Certo la nostra era assai primitiva ed essenziale ma nulla del genere era mai stato visto fino a quel momento.
LE MONTAGNE RUSSE ALL’ESPOSIZIONE DI BOLOGNA
Di notizie riguardanti questo monte\giostra ce ne sono giunte in abbondanza grazie a scrittori e poeti del periodo come il Canonico Luigi Mantovani(Diario politico ecclesiastico), Giuseppe Rovani (Cent’anni) e il nostro inarrivabile Carlo Porta (On Funeral-El Miserere).
“In seguet fan el nomm “In seguito fanno il nome
A paricc ostarij Di parecchie osterie
In dove gh’è vin bon, ost galantomm, Dove c’è vino buono, oste galantuomo,
e mejor compagnij. e migliori compagnie.
Vun loda l’ostaria de la Nos, Uno loda l’osteria della Noce,
l’olter el Monte – Tabor, l’altro il Monte Tabor,
e poeù tracc a dò vos e poi tracch a due voci:
Domine…asperges me… Signore…mi aspergerai…
Anche autori successivi come Otto Cima, Alberto Lorenzi e Alex Visconti non poterono esimersi dal narrare storie e vicende legate a quel luogo; esso viene addirittura citato nell’ottocentesco dizionario Milanese-Italiano di Francesco Cherubini.
Insomma, il Monte Tabor meneghino era divenuto addirittura più celebre del suo omonimo originale.
Inizio con una immagine che la dice lunga sulla gestione “surreale” del verde milanese. Si accaniscono con i decespugliatori per eliminare (sai come sono pericolose!) le erbe spontanee che crescono lungo i muri: c’è un pò di tutto, oltre alle parietarie tante erbe con un’aria tenerella che forse contribuirebbero di più alla tanto invocata “biodiversità” rispetto alle spighe di grano selvativo (“fora sacchi”) che fanno malissimo ai tanti cani che vivono nella città e che vengono lasciate nei prati. Poi naturalmente le erbe vengono abbandonate a marcire sparse sui marciapiedi: sempre in onore della biodiversità? Non sarebbe meglio lasciare le erbacce e utilizzare i despugliatori per altro?
Poi ci sono le nuove stazioni della M4 dove tutto il terreno è stato pavimentato con pietre (non un millimetro di terra) e sono state disegnate aiuolette con un bel miscuglio di perenni che però, non vorrei essere negativa, vanno curate per mantenere anche un aspetto gradevole. Dopo un paio di mesi sono già piene di infestanti che rischiano di prevaricare le piante e in ogni caso conferiscono un aspetto disordinato e poco piacevole. Visto lo stato pietoso della manutenzione a Milano non mi sembra una buona idea aggiungere altri elementi da curare. Meglio piccoli boschetti di alberi.
Infine qualcuno dovrebbe spiegarmi perchè intorno alle nuove panchine o non ci sono del tutto alberi o se ci sono molto spesso sono con portamento piramidale non con chioma espansa: non faranno mai ombra ai poveri diavoli che vorrebbero sedersi al fresco in estate. Un esempio fantastico è in Largo Augusto con lunghissime e belle panche tutte al sole senza un albero, a parte le micro aiuoline sparse con alberi tutti diversi tra loro e molti non a chioma espansa.
Sulla piccola pergola a lato della casa al posto della vite che veniva costantemente massacrata dalle terribili popillia due passiflore ‘Fata confetto’ e ‘Snow queen’
L’ultimo ibisco a fiorire verso fine agosto
Un piccola perenne a lunga fioritura, Pentas che sta bene con le foglie variegate di una hosta
La piccola vasca con ninfee
Anemone a fiore doppio ‘Prinz Heinrich’, Phlox e Solidago
Vernonia un’altra perenne molto tardiva nella fioritura
Fucsia magellanica, anemoni giapponesi e geranium Rozanne
Anemoni giapponesi e Clematis Mrs Robert Brydon
Piccole ombre sul muro
Una immagine di trmonto sul lago che pare un paesaggio islandese
Non ero mai stata a vedere l’Orto botanico di Bologna e devo dire che ne sono rimasta incantata e conto di tornarci per visitare anche l’erbario.
Un pò di storia e informazioni: venne istituito dal Senato bolognese su proposta di Ulisse Aldrovandi (1522-1605) nel 1568. È oggi uno dei più antichi d’Italia, al quarto posto dopo Pisa, Padova e Firenze e la sua storia è connessa al ruolo e all’evoluzione degli studi botanici italiani. Si trova nel cuore del quartiere universitario in una zona ricca di musei.
Occupa una superficie di circa 2 ettari, ha una pianta rettangolare e raggiunge le antiche mura della città. Al suo interno si trovano 4 serre, due tropicali e due di piante succulente, e una piccola di piante insettivore e interessanti ricostruzioni di ambienti naturali (Il bosco golenale, esempio tipico della boscaglia di pianura e il bosco appenninico), ha collezioni tematiche di pregio (tra cui quella di rose spontanee tipiche delle colline bolognesi), un interessante giardino roccioso con raccolta di crassulacee, lo stagno con specie animali e vegetali e l’Orto dei semplici.
Ho trovato molto interessante che l’Orto riesca a unire l’intento didattico (assai ben svolto per la ricchezza delle collezioni e la comunicazione con pannelli esplicativi anche molto decorativi) con quello più legato alla fruizione (con angoli che richiamano quelli di un parco paesaggistico). Ricchissima l’esposizione delle piante eduli e utili, da quelle che nutrono a quelle che tingono, vestono, fino alle piante che dissetano….
Ecco una piccola selezione di immagini
Uno dei sentieri nel bosco
Le serre
Lo stagno con la ricostruzione di un ecosistema spontaneo
Interessanti esemplari arborei come Cephalotaxus fortunei
La pergola che dà accesso all’Orto dei semplici
Le aiuole rialzate dell’Orto dei semplici
Una delle tante interessanti strutture che ospitano piante: sempre semplici ma creative
I vasi degli agrumi sono sollevati da terra con semplici strutture metalliche
Uno dei tanti pannelli che illustrano le differenti forme dei fiori
Tra le piante da tè
Una delle strutture didattiche decicata agli insetti impollinatori
A disposizione dei visitatori semi e piccole talee
Ecco alcuni appuntamenti nel bellissimo giardino nel cuore della Tremezzina
SUI PASSI DELLA PRINCIPESSA CARLOTTA 11 e 25 settembre 2025, ore 9.30
Prima dell’apertura al pubblico, nel silenzio ovattato del mattino, Villa Carlotta propone un percorso speciale tra natura, arte e memoria, alla scoperta della nuova area riqualificata del parco. Tra sentieri storici riportati alla luce, alberi secolari e scorci panoramici, la visita accompagna i partecipanti attraverso un paesaggio restituito alla sua bellezza originaria.
LE ERBE DI VILLA CARLOTTA: ANTICHI RIMEDI PER NUOVI BOTANICI 14 settembre 2025, ore 11.00
Un invito alla scoperta delle erbe officinali e fitoalimurgiche che crescono spontaneamente nei giardini di Villa Carlotta. I partecipanti impareranno a riconoscerle e a comprenderne le straordinarie proprietà, scoprendo come la natura offra risorse preziose per il benessere e la cura di sé. Dopo la fase di osservazione e raccolta, l’esperienza proseguirà con un laboratorio pratico, durante il quale ogni bambino realizzerà un autentico preparato erboristico con le proprie mani. Per bambini dai 5 ai 12 anni. Attività in italiano. Incluso nel ticket di ingresso (per residenti Tremezzina e Griante o altre agevolazioni scrivere a segreteria@villacarlotta.it. Su prenotazione
IL SALOTTO DI CASA BISI. UNA FAMIGLIA DI ARTISTI NELLA MILANO ROMANTICA 20 settembre 2025, ore 11.00 e ore 14.30
In occasione dell’apertura al pubblico della mostra Ritratto di famiglia. I Bisi, una dinastia di artisti nella Lombardia romantica tra Manzoni, Hayez e la principessa Belgiojoso, in programma a Villa Carlotta dal 20 settembre all’8 dicembre 2025, una speciale visita guidata offre la possibilità di approfondire la produzione artistica dei diversi esponenti di questo importante clan. Una dinastia di pittrici e pittori, scultori e incisori che nel corso dell’Ottocento seppe intessere rapporti di amicizia e committenza con principesse, pittori celebri e cantanti d’opera, poeti e letterati tra i più influenti del loro tempo, dalla Samoyloff ai principi Belgiojoso, da Hayez a Giuditta Pasta, da Cattaneo a Manzoni. Iniziativa nell’ambito della Rete dell’800 Lombardo. Durata: 90 min. ca.Incluso nel ticket di ingresso. Su prenotazione
GIOCHIAMO CON I FILI 28 settembre 2025, ore 14.30 / 5 ottobre, ore 14.30
Attraverso l’arte della tessitura a mano i bambini verranno coinvolti nella realizzazione di piccoli manufatti, astucci o mini-arazzi realizzati con svariati tipi di materiali su telai a pettine liccio. Il laboratorio si svolge nell’ambito dell’esposizione La natura tesse i suoi fili a cura di LilArte. Incluso nel ticket di ingresso, su prenotazione. Bambini dai 6 anni.
Per info
Per prenotazioni https://online.villacarlotta.it/prenotazioni-eventi
Fronte e retro dell’Arco della pace intorno al 1880
Quello che oggi conosciamo come Arco della Pace, potrebbe considerarsi l’erede della Porta Giovia medievale, ovvero l’attuale varco di collegamento del Castello Sforzesco al Cortile delle Armi. Ancor prima, Porta Giovia ebbe una progenitrice romana, denominata Iovia, situata tra le vie San GiovannisulMuro e Puccini.
Ma tornando all’Arco della Pace, esso sorge all’imbocco di un’antichissima strada romana costruita intorno al 196 d. C. voluta dall’imperatore Settimio Severo per collegare Milano alle province d’oltralpe: Sempione deriva infatti dal latino summo piano. Questa strada, nota col nome di Via del Seprio, rimase nei secoli un’importante arteria di comunicazione e commercio fino al XVIII secolo quando un crollo termico nel 1709, noto col nome di Grande Inverno (con temperature notturne in pianura vicine ai -20°), la rese impraticabile causandone l’abbandono.
Arriviamo ora a Napoleone che, desideroso di autocelebrarsi, diede il via a numerosi cambiamenti per Milano: dall’abbattimento delle vecchie fortificazioni del Castello, chiesto dai milanesi stessi, alla creazione del Foro Bonaparte, fino al ripristino della gloriosa Strada del Sempione(1801/1805) per collegare Milano a Parigi di cui il primo tratto oggi è il Corso omonimo molto simile, guarda caso, agli Champs Elysees. Tuttavia l’Imperatore voleva entrare in città attraverso una porta degna del suo smisurato ego…Una porta che avrebbe dovuto, per carità, risultare più piccola dell’Arco Di Trionfo a Parigi in contemporanea costruzione. Nel 1807 Luigi Cagnola iniziò i lavori ma, tra i soldi che non arrivavano, le sconfitte napoleoniche e gli italici tempi di realizzazione, perì senza vederne la fine. Fu un suo allievo, Francesco Peverelli, a terminare il lavori nel 1838 aggiungendo anche i caselli daziari.
L’ARCO DELLA PACE IN UN DIPINTO DI GIOVANNI MIGLIARA
ELENCO DELLE SCULTURE POSIZIONATE SULL’ARCO DELLA PACE
Nel 1815, Francesco Id’Austria decise di dedicare la mirabile opera alla Pace; ovviamente una pax asburgica dettata dalle armi. Conquistata finalmente l’unità nazionale e memori di tutte le sofferenze patite nei secoli a causa dello straniero, i milanesi ne cambiarono il nome per qualche decennio in Porta Sempione ma poi si tornò a quello che noi tutti conosciamo. Ad oggi quest’arco rimane uno dei più costosi monumenti meneghini: 3.077.489 lire austriache, grossomodo venti milioni di euro attuali.
Con la costruzione del Parco Sempione, tra il 1888 e il 1894, al posto della vecchia Piazzadelle Armi, l’Arco della Pace troverà infine la quiete che dovrebbe richiamare in un bucolico contesto. Per quanto Parco Sempione sia il polmone verde più grande del centro storico, con trascorsi di tutto rispetto, non è comunque il più vecchio. Il primo giardino pubblico di Milano fu quello di Porta Orientale (Porta Venezia), realizzato cent’anni prima. A tal proposito, un’ultima nota curiosa: quest’ultima, pur non avendo mai potuto vantare un arco trionfale, ma solo i due casini del dazio, nel tempo ne ebbe ben quattro provvisori in legno costruiti a scopi celebrativi. Quello del 1806, sempre del Cagnola, piacque a tal punto da ispirare l’Arco della Pace.
Euphrasia officinalis, un prezioso rimedio per gli occhi
Anche se a giugno le fioriture sono più ricche anche in questa prima parte di luglio ho trovato tante erbe interessanti e in una passeggiata al Corno del Renon con la guida di una esperta botanica ho potuto scoprire molte piante con proprietà mediche molto utili (potete scaricare erbe del renon DEF con le immagini di Michele Maino).
Ecco qualche immagine
Dactylorhiza fuchsii (una delle tante orchidee spontanee) e crepis tectorum
Distese di Pino mugo sul Corno del Renon
Erica e mirtillo rosso
Felce e Galium album
Rododendro ferrugineo
Campanula rhomboidalis
Campanula rapuncoloides e pino mugo
Cirsium heterophyllum
Cirsium palustre
Eriophorum angustifolium, dalle caratteristciche piumette, pianta che si trova in grandi macchie nelle zone umide
Euphorbia cyparissus
Filipendula ulmaria
Galium verum
La nigritella nera (Gymnadenia nigra) una orchidacea dal caratteristico profumo di vaniglia
Meraviglioso contrasto tra lo scuro delle conifere e il rosa acceso dei cardi (Cirsium heterophyllum)
L’altopiano del Renon è uno dei luoghi di montagna (assieme all’Alpe Veglia) da me più amati dove torno ogni inizio estate. E ogni volta mi sembra di cogliere dei nuovi elementi, nuovi particolari, nuovi punti di vista. Cambia la vista della catena montuosa del gruppo del Brenta e questa volta eravamo in un albergo delizioso (Bas Siess, che significa bagni dolci) un pò più in alto del solito e le cime delle montagne sembravano più vicine. Quello che mi colpisce ogni volta oltre alle visuali straordinarie sulle Dolomiti che si colorano di rosa al tramonto sono i boschi così ben tenuti con un sottobosco fitto fitto composto da eriche, brughi, mirtilli rossi e neri, ginepri…
Ecco qualche immagine
Davanti al nostrro albergo gruppi di cavalli al pascolo
la minuscola chiesetta del complesso dell’albergo e intorno solo distese di prati e boschi
anche le giornate nuvolose hanno un fascino particolare
Ci sono libri che, anche se di nicchia, hanno una grande importanza e andrebbero diffusi il più possibile. Nel mio piccolo cerco di raccontarvelo brevemente.
Importante parlare di aree naturalistiche che andrebbero protette in una Milano che sempre più – e l’ultima orrenda vicenda del cosiddetto ‘Salva Milano’ lo testimonia – è in mano agli immobiliaristi e di veri progetti di verde (e non parlo di giardinetti, di alberi striminziti o di aiuoline ridicole come quelle che stanno sorgendo nelle aree adiacenti alle fermate della nuova M4) non c’è neanche l’ombra.
Dice l’autore, giornalista e ambientalista, “A Milano non si deve più costruire nulla sui terreni liberi, solo creare parchi e soprattutto lasciare il poco verde che c’è. Lo richiedono le migliaia di morti per inquinamento dell’aria che abbiamo ogni anno. Soprattutto in periferia, queste poche aree verdi rimaste andrebbero tutelate come bene primario”. Come non essere d’accordo anche se purtoppo credo che sia una bella utopia!
Il libro vuole essere una mappa del lato selvatico e verde di Milano, della sua area metropolitana, illustrando gli spazi di interesse naturalistico e anche alcuni misti, agricoli e naturali ed escludendo i parchi urbani classici. La conoscenza di questi luoghi è anche un appello alla loro tutela come nel caso di due aree ‘clandestine’ come la Piazza d’Armi di Baggio e la Goccia alla Bovisa, chiuse per decenni poi rinselvatichite e oggi a rischio di nuove edificazioni. Clandestine perchè ne è vietato l’accesso! E dice giustamente l’autore “Credo sia importante conoscere la storia di queste aree verdi, che si intreccia con quella di chi ci vive attorno, per poterle amare e difendere con cognizione di causa”.
Ecco le categorie delle aree verdi e naturali raccontate nel libro:
-I grandi parchi dell’Ovest milanese
– Parchi dell’area nord di Milano
– Foreste spontanee
– Parchi agricoli e semi agricoli nella fascia sud di Milano
-Parchi dell’area nord di Milano
– Parchi dell’est
– Oasi naturalistiche della fascia periurbana
Il libro è una precisa illustrazione di questi ambiti preziosi e anche la testimonianza in prima persona dato che l’autore conosce molto bene i luoghi descritti e ha partecipato in molti casi alle lotte per la loro sopravvivenza. Quindi guida e manifesto politico, nel senso di un appello per la salvaguardia di un patrimonio indispensabile per la salute fisica e psichica di tutti gli abitanti di Milano.