Su e giù dal Monte Tabor. A Porta Romana le prime montagne russe di Milano e, probabilmente, d’Italia di Riccardo Rossetti. Seconda parte
SECONDA PARTE
Quando le montagne russe vennero aperte il prezzo del biglietto era di 25 centesimi ma col trascorrere degli anni aumentò fino a 70. La pista era lunga circa 150 passi e in sette minuti si riuscivano ad effettuare fino a 32 discese tanto che il Garavaglia giunse a guadagnare più di 1000 Lire austriache al giorno: una cifra iperbolica per quell’epoca se consideriamo che negli spericolati carrellini poteva accomodarsi un solo cliente alla volta…Ma dato che il gestore consentiva tranquillamente che si scendesse anche in due tenendo in braccio un’altra persona per massimizzare il guadagno, dopo svariati feriti e contusi, meno male che la Ca’ Granda(l’Ospedale Maggiore era a due passi), le autorità intervennero ponendo il divieto.
La consueta fila di carrozze che intasava Via Marina e i vicini Bastioni si spostò presto in Corso di Porta Romana creando ingorghi clamorosi: dall’alba fino alla mezzanotte centinaia di milanesi si recavano incessantemente in quello spensierato luogo di divertimento, suscitando lo sdegno dei più anziani o dei prelati…Sì, perché quello svolazzare di gonnelle era uno spettacolo irresistibile per i maschietti dell’epoca che attendevano solo di poter ammirare una caviglia senza veli.
Rimanendo in tema di beltà private e pubblico pudore nel 1825 un episodio del Monte Tabor, rimasto celebre, riguardò l’Arciduchessa e Viceregina d’Austria Maria Elisabetta di Savoia-Carignano nonché sorella di Carlo Alberto. Recatasi presso le montagne russe in compagnia altri cinque vicereali tra cui l’Arciduca Ranieri, attese il proprio turno per poter scendere. La folla presente cominciò a sghignazzare, strepitare e applaudire ad ogni reale capitombolo ma quando toccò alla bellissima Maria Elisabetta e nella discesa le si alzarono le sottane, mettendo in bella vista un paio di gambe ben tornite, il fragore fu epocale: se ne parlò per settimane.
Disordini, schiamazzi e incidenti erano ormai la regola attorno al Monte Tabor. Già nel 1820 la polizia revocò la licenza al Garavaglia, ormai ricco ben oltre le sue più rosee aspettative, chiudendo osteria e montagne russe. Le attività furono rilevate da Valentino Nicolassi che mise in sicurezza la discesa, rese gratuita la corsa ai clienti dell’osteria, anch’essa ristrutturata, e allietò il tutto con concerti, spettacoli e balli. Ma di lì a poco, nella primavera del 1821, il Monte Tabor fu teatro del piano più ardito della famigerata Compagnia della Teppa, passato alla storia come Il Ratto dei Nani: uno scandalo che coinvolse molte signorine altolocate compresa la Signora Franchi Traversi, moglie di un famoso avvocato e amica intima del Viceré.
Dal 1823 la proprietà passò al Signor Carlo Conti rimanendo poi in mano ai suoi figli fino al 1866. Le prime montagne russe di Milano, dopo svariate chiusure, videro la propria definitiva fine sotto questa gestione ma la trattoria resistette fino a fine secolo con l’ultimo proprietario noto, Luigi Panighi. Il luogo ospitò in seguito anche un lussuoso hotel con sala da ballo e rimase per anni un punto di aggregazione sociale dove i popolani, con le loro associazioni commerciali, borghesia e aristocrazia, con i loro eventi, si intrecciavano in una Milano di tutti. A onor del vero il vecchio Monte Tabor non perse attrattiva anche per la delinquenza, in particolare la Seconda Compagnia della Teppa, ben lontana ormai dalle goliardate di mezzo secolo prima e sempre più simile alla criminalità organizzata. Dopo alcuni anni, intorno al 1896, l’area fu messa a disposizione della gloriosa società di ginnastica Forza e Coraggio di cui fu membro anche il mitico pioniere del volo Cirillo Steffanini (Il Capitano Stephenson), l’Aeronauta di Porta Romana.
Nel 1907, spianata l’area, venne edificata una bella palazzina in stile liberty adibita a stazione funebre (Stazione Funebre di Porta Romana), dal quale partiva un oscuro e sinistro tram che trasportava le salme al Cimitero di Musocco: non ci volle molto perché i milanesi lo ribattezzassero ironicamente La Gioconda.
Dopo 1929 l’edificio divenne un circolo ricreativo per i dipendenti di ATM e nel 1963 vi subentrò il Ragno d’oro, storico locale meneghino ancora esistente in altra sede, che ha poi datato il nome allo stesso edificio (Lombardia Beni Culturali). Dal 2007, dopo grandi lavori di rifacimento, la gestione passò sotto alle ormai note Termemilano, divenendo luogo di relax e benessere per tutti milanesi e non solo.
Riccardo Rossetti
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