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nov 26 2018

Letto per voi: Il libro delle ortensie e delle idrangee di Eva Boasso Ormezzano

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Finalmente un libro completo, serio e approfondito sulle ortensie. Una guida che riesce a unire rigore botanico e indicazioni pratiche che solo una brava giardiniera, oltre che collezionista, può fornire al lettore. Le foto di Dario Fusaro, oltre ad essere molto bell’, sono davvero uno strumento indispensabile per l’identificazione delle oltre 600 specie descritte nel volume.

Guardando l’indice – nell’aletta del libro – si osserva la serietà della classificazione in 7 sottosezioni e nelle relative specie, alcune delle quali pochissimo conosciute come H. longipes, robusta, strigosa (della sotto sezione Asperae) o H. xanthoneura (Heteromallae) o ancora H. scandens (Pelanthae) solo per citarne alcune.

Nella parte iniziale, oltre ad un utile chiarimento sulle specie e la loro classificazione, l’autrice fornisce utili consigli sulla coltivazione e indicazioni sulle principali malattie. In appendice un capitolo è dedicato alle più belle del reame, cioè alle piante che sono state premiate da diverse prestigiose associazioni.
Per ogni specie, varietà o ibrido l’autrice fornisce una presentazione molto precisa e dettagliata che consente una identificazione anche grazie alle tante immaginik di corredo che illustrano la pianta nel suo insieme, i fiori, le foglie e i rami.

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lug 23 2018

Ragazze di ieri, un romanzo di Elena Accati. Recensione luglio 2018

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Elena Accati, Ragazze di ieri, Artistica Editrice, 2017, 272 pp., 16 euro

Un nuovo romanzo della Prof. Elena Accati, che dopo la sua brillante carriera accademica nel campo dell’agronomia e della botanica, ha iniziato una altrettanto interessante carriera di scrittrice regalandoci delle i riflessioni prpfonde sul rapporto madre-figlia, come nel bel ‘Le storie che non ti ho raccontato’ del 2015, sul percorso di formazione delle donne, sulla società di ieri e di oggi.

In questo nuovo romanzo Elena ci racconta l’adolescenza di due amiche molto diverse tra loro per provenienza sociale ma accomunate da uno spirito libero e anticonformista e dalla passione per la letture  e per la scrittura.

La passione di Veronica – dietro la quale si intravvede la stessa autrice -  per la natura e le escursioni in montagna, la passione di Regina per i romanzi d’amore, i primi amori e i primi dolori, i progetti, il confronto tra due classi sociali e due stili di vita differenti, sono gli elementi principali della trama del romanzo che ci restituisce un ritratto molto vivo e interessante della formazione di due adolescenti nella Torino degli anni cinquanta con il contrasto tra una Calabria ancora poverissima e arretrata e una Alassio tipico luogo di vacanze della borghesia piemontese.
Molto belle le descrizioni dei paesaggi della Valle Cervo, meta di tante gite ed escursioni.

La scrittura di Elena Accati è molto fluida e sa restituire un clima e un ambiente in maniera molto acuta e precisa.

Il libro è stato presentato il14 maggio 2018, al 31esimo Salone Internazionale del Libro di Torino, nello Spazio Incontri, di via Santa Teresa a Torino.

Altri libri di Elena Accati

Infanzia di guerra in Val cervo, 2014

Il giardino degli affetti, 2012

Theatrum rosarum: le rose antiche e moderne, 2006

Piccoli giardini, terrazzi e balconi, 1994

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lug 19 2018

Letto per voi:Genius loci, recensione di Fabio Iazzetti

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Francesco Bevilacqua, GENIUS LOCI – Il dio dei luoghi perduti, Edizioni Rubbettino, 2010, 77pp., 8 euro

 C’è stato un tempo in cui il paesaggio veniva considerato un bene comune, appartenente a tutti. Le persone erano in grado di coglierne la bellezza e alcuni luoghi, particolarmente affascinanti e peculiari, venivano posti sotto la tutela di spiriti o numi – il Genius Loci – venivano quindi sacralizzati perché ammantati di un’aura divina.
Nel tempo il significato della parola Genius Loci è cambiato ed è andato perdendo quel senso originario che i nostri antenati vi avevano attribuito; oggi viene per lo più utilizzata da architetti, ed in particolare architetti paesaggisti, come una metafora per definire l’identità di un luogo, sia esso urbano o extraurbano.
Attraverso la lettura di poeti, letterati, filosofi, antropologi, geografi ed architetti Bevilacqua cerca di risemantizzare questo termine offrendone una definizione moderna e attribuendogli diverse sfaccettature senza però accantonarne il significato originale: “particolare identità di un luogo”, “carattere ambientale di un luogo”, “essenza di un luogo”, “sacralità di un luogo”.
Inoltre con questo breve libro l’autore ci guida in un percorso alla riscoperta dell’anima dei luoghi spiegandoci che per poterne coglierne la sottile bellezza è fondamentale che l’osservatore impari nuovamente a vedere e non semplicemente a guardare il paesaggio.
E’ un libro intenso, capace di farti vedere con occhi diversi quello che ti circonda che vale la pena leggere.

Fabio Iazzetti

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mag 15 2017

Letto per voi: Plant revolution di Stefano Mancuso

Molto interessante, come al solito, l’ultimo libro di Stefano Mancuso, sempre molto chiaro pur affrontando processi molto complicati e assai stimolante anche perchè ci fa capire come la conoscenza dei raffinati processi del mondo vegetale potrebbero aiutarci a migliorare la nostra vita.

Non a caso il sottotitolo è ‘Le piante hanno già inventato il nostro futuro’!

Per Mancuso le ragioni per imitare il mondo vegetale sono tante ‘le piante consumano pochissima energia, compiono movimenti passivi, sono costruite a moduli, hanno una intelligenza distribuita (al contrario di quella centralizzata degli animali) e si comportano come delle colonie’.

Nelle piante la parola d’ordine è decentrare e la loro forza, nonostante non possano muoversi, dipende dal fatto che tutte le funzioni che negli animali sono concentrate in organi specifici sono invece distribuite in tutto il corpo. E questo è il solo modo per difendersi dalla predazione non potendo ovviamente scappare.
Fino ad oggi l’uomo ha sempre replicato, nelle sue innovazioni tecnologiche l’espansione e il miglioramento delle funzioni umane replicando l’essenziale dell’organizzazione centralizzata animale. Un esempio per tutti è il computer che in un certo senso è ‘una banale trasposizione dei nostri organi in chiave sintetica’, dove il cervello è il processore che deve governare l’hardware e ram, dischi rigidi, schede video e audio sono i tanti organi con funzioni specifiche. Le piante, che hanno dovuto sviluppare una eccezionale sensibilità per conoscere il loro ambiente, rappresentano un modello molto più moderno e resistente di quello animale coniugando flessibilità e solidità con una architettura cooperativa, distribuita e senza centri di comando, capace di resistere a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità.

Per dimostrare questa sua tesi, il biologo passa in rassegna nei vari capitoli le tante capacità a volte davvero incredibili delle piante e i campi dell’innovazione tecnologica dove sarebbe possibile copiarle.

  • La memoria senza cervello (con riferimento ad esempio agli esperimenti condotti sulla Mimosa pudica).
  • Le piante come plantoidi sfruttando le inesauribili potenzialità delle radici (cioè ispirarsi alle piante con un approccio bioispirato per produrre nuove tipologie ai automi in grado di resistere in ambienti ostili, come la mappatura di campi minati, le esplorazioni spaziali, le ricerche minerarie e petrolifere!!!)
  • L’arte della mimesi (con il caso della Boquilla trifoliata, una vera zelig del mondo vegetale che riesce a copiare le foglie della specie ospite, albero o arbusto) e la dimostrazoione che le piante sono dotate di una seppur rudimentale visione
  • Muoversi senza muscoli: le piante hanno movimenti attivi (apertura degli stomi e la fioritura), che richiedono il consumo di energia interna e movimenti passivi che invece utilizzano l’energia dell’ambiente senza copnsumare energia e che sono dovuti a variazioni igroscopiche di alcuni costituenti delle cellule (ad esempio la pigna apre le sue squame in ambiente secco e le chiude quando l’umidità dell’aria si alza). Mancuso si domanda se non sia possibile trovare un materiale in grado di muoversi sfruttando solo i gradienti di umidità dell’aria
  • Rapporto piante e animali: spacciatori e consumatori di nettare extraflorale. La mirmecofilia, ossia la cooperazione tra piante (offrono il nettare) e le formiche (difendono la pianta dai predatori)
  • Democrazia verde. Molte delle soluzioni sviluppate dalle piante sono l’esatto oposto di quelle prodotte dal mondo animale. Se per gli animali l’unica risposta è il movimento, per le piante la parola d’ordine è adattamento. E per questo occorre una sorprendente sensibilità che aiuta le piante a percpire una molteplicità di fattori chimici e fisici. Le radici sono il cuore di questo sofisticato sistema di intelligenza distribuita. Le piante si comportano come una colonia di insetti.
  • Archipiante: copiare il meccanismo della fillotassi, cioè la disposizione delle foglie lungo i rami per ottimizzare l’esposizione alla luce. Il caso delle cactacee che hanno compiuto una trasformazione della fotosintesi che avviene di notte per evitarela perdita di acqua.
  • Cosmopiante: le piante come nostre compagne nel viaggio nello spazio!
  • Vivere senza acqua dolce

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gen 11 2017

Letto per voi. Gennaio 2017

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S. Boeri, Un bosco verticale. Libretto di istruzioni per il prototipo di una città foresta, Corraini edizioni, 2015, 160 pp., 25 euro

Per la verità non amo il bosco verticale di Milano e sono convinta che sia un progetto alquanto sopravvalutato. Scenografico sicuramente ma quanto ad essere un bosco, parliamone per favore…
Detto questo ho sfogliato con cura il libro che mi è stato regalato a Natale e che è dedicato a questo progetto. E’ fatto bene, è accattivante, descrive con cura tutti gli aspetti tecnici del progetto e la piccola fauna (insetti e uccelli) che si è mano a mano installata tra le verzure.
Il libro è diviso in 4 parti: “Alberi e umani”, un testo di Stefano Boeri che racconta la nascita e lo sviluppo del progetto; “Storie dal Bosco Verticale”, con alcuni piccoli racconti di Stefano Boeri illustrati da Zosia Dzierżawska; il “Dizionario illustrato del Bosco Verticale in 100 voci”, molto interessante perché raccogli i concetti chiave del progetto (dalla biodiversità all’usignolo passando attraverso la breve descrizione di progetti simili e i dati tecnici di realizzazione) e infine “Bosco Verticale: Imparare dal I BV”, pensato per consentire l’esportazione del bosco in altri progetti simili.

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dic 15 2016

Letti per voi. Dicembre 2016

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Luca Mercalli, Il mio orto tra cielo e terra, Aboca, 2016, 127 pp., 12 €

Il noto scienziato del clima, che collabora anche con la rivista Gardenia, ci racconta con semplicità e leggerezza la sua esperienza di creazione di un orto domestico condotta nel rispetto pieno della biosfera e a partire da questa pratica sul campo ci presenta le sue riflessioni sull’agroecologia, chiamata anche agricoltura conservativa, che rappresenta una importante presa di coscienza della limitatezza delle risorse naturali. I principi fondamentali sono: 1) la salvaguardia del suolo con un no reciso alla lavorazione in profondità del terreno che impoverisce il suolo, lo priva dei preziosi microrganismi e ci obbliga a fare un uso dissennato di oncimi di sintesi; 2) l’importanza delle erbe spontanee che possono convivere con la coltura principale e in alcuni casi attivare meccanismi di simbiosi; 2) far ricorso alla policoltura, cioè la compresenza di molte specie in superfici sottoposte a continuo avvicendamento per sfruttare la biodiversità

Slow train coming “Il treno finestra sul paesaggio”. Un’idea di Mario Allodi, Andrea Cassone, Andrea Marziani. Coordinato da: Rinenergy, Associazione senza scopo di lucro
Si tratta di una nuova collana molto originale di piccoli libretti chesi propongono come una guida di viaggio particolare, cioè l’ accompagnamento alla scoperta di un territorio visto dal finestrino di un treno, cornice in movimento di un quadro-vivente, visione privilegiata per abbracciare, osservare e quindi imparare a leggere il paesaggio.

I primi tre titoli pubblicati sono: 1 Milano – Laveno. 2 Pavia – Alessandria (detta Torreberetti). 3 Colico – Chiavenna.
In ognuna delle guide una illustrazione per tratti, tracciati su una mappa, del percorso con una segnalazione ragionata delle caratteristiche del paesaggio in movimento e delle architetture. Nel capitolo ‘Snodi’ una descrizione sintetica dei luoghi d’arte, della natura e dei sapori.

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giu 17 2016

Letti per voi giugno 2016: Martella e Giubbini

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Questo mese vi propongo due saggi a mio parere molto interessanti

M. Martella, Tornare al giardino, Ponte alle Grazie, 2016, 59 pp., 9 €

Un piccolo libro ricco di tante riflessioni profonde e di suggestioni poetiche. Diviso in tre parti Luogo, Natura morta, Giardino.
Per Martella (di cui ho già recensito Giardini in tempo di guerra http://www.giardininviaggio.it/letto-per-voi) tornare al giardino vuol dire un ritorno “al mondo incantato della physis”, che per i primi filosofi greci era molto di più di quello che oggi noi chiamiamo natura: cioè l’essere e il movimento che include gli uomini e le divinità e che non si discosta molto dal Tao cinese. La storia dell’occidente ha poi preso un’altra direzione con un progressivo allontanamento dell’uomo dal proprio ambiente con la natura che è divenuta un oggetto.
Per Martella in questo processo “abbiamo perduto la capacità di abitare poeticamente la Terra” cioè la capacità di “accettare il mistero dell’esistenza non come un limite, ma come apertura, come promessa”.
Quello che noi proviamo  è una sorta di nostalgia delle nostre origini, del tempo in cui gli esseri umani erano in armonia con il cosmo. Il giardino allora ci offre “la possibilità di abitare la Terra con umiltà, come suoi figli, affidando alle piante, all’acqua e agli animali la cura dell’anima mutilata”.

Guido Giubbini, Il giardino degli equivoci. Controstoria del giardino da Babilonia alla Land Art, Derive e Approdi, 2016, 127 pp., 14 €

Guido Giubbini, storico dell’arte e fondatore della rivista Rosanova, aveva già pubblicato in due volumi i suoi saggi storici sul giardino (vedi http://www.giardininviaggio.it/letture-2 e http://www.giardininviaggio.it/letti-per-voi-5).
Nel breve saggio appena dato alle stampe ci propone in 15 capitoli da lui intitolati “Equivoci” una sorta di controstoria in cui, devo dire con solide argomentazioni, sfata molti dei miti che hanno avvolto per secoli la storia dei giardini.
Qualche esempio?
Quello del giardino quadripartito (chahar bagh) che in specie la storiografia anglosassone ci ha tramandato come il modello persiano di tipo centripeto e chiuso verso il paesaggio. In realtà secondo Giubbini il giardino persiano era un giardino semplicemente organizzato in lotti quadrati ma di tipo longitudinale e aperto verso l’esterno; questo modello è poi stato tramandato, attraverso i giardini di Granada, al Rinascimento italiano e quiandi a tutto il giardino moderno occidentale. Ed è proprio nell’occidente cristiano e non nell’Islam che ha avuto successo il giardino quadripartito di tipo chiuso e centripeto.
Un altro mito da sfatare è quello che riguarda Villa Lante di Bagnaia, il cui parterre originariamente doveva apparire come un “piccolo esercito di orti cintati, ben diverso dall’attuale disegno neobarocco di siepi di bosso”. O ancora l’equivoco dei giardini di Versailles, che “pur essendo così importanti non sono l’opera più importante, e nemmeno la più bella, di André Le Notre”, una sorta di “compromesso tra il suo stile più caratteristico, quello di Vaux-le-Vicomte e di Chantilly, e lo stile italiano; un compromesso, probabilmente voluto dallo stesso Luigi XIV”.
E poi ancora si parla di Capability Brown e del giardino paesistico inglese, di Vita Sackville West e del giardino a stanze, del rapporto tra giardino e paesaggio.

Un libro che fa molto riflettere e che ci dimostra come sia difficile considerare il giardino nella sua interezza collegando tra loro tutti i differenti elementi che lo costituiscono, estetici, simbolici, sacri, botanici, paesistici, sociali. Un invito come dice l’autore nella sua introduzione “all’esercizio del dubbio e della critica”.

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feb 08 2016

Letti per voi: il libro di Pia Pera

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Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle grazie, 2016, 216 pp, 15 euro

Non è facile commentare questo libro stupendo che ho divorato l’ultimo weekend commuovendomi a più riprese ma anche sentendomi profondamente arricchita.

Ci vuole molto coraggio, intelligenza e sensibilità per riuscire a parlare della propria malattia senza mai rischiare di essere troppo proiettati su di sè e senza mai essere lacrimosi. Un libro lucido, a tratti persino ironico, ricco di profonde meditazioni sulla vita, la morte, le passioni. E in tutto il giardino e gli animali tanto amati, come i cani Macchia e Nino a cui è dedicato.

Struggenti i versi di Emily Dickinson da cui è tratto il titolo: Al giardino ancora non l’ho detto/non ce la farei/Nemmeno ho la forza adesso/di confessarlo all’ape/….e non lo si sussurri a tavola/nè si accenni sbadati en passant/che qualcuno oggi/penetrerà dentro l’Ignoto.” Versi che copirono Pia quando li lesse “con la forza di una rivelazione”.

Trascrivo semplicemente alcuni brani del libro di Pia che mi hanno colpito particolarmente

“…resta solo il mondo. Quella parte di mondo, di natura, che è fonte di gioia purissima, disinteressata credo, o forse fine a se stessa, non asservita al criterio di utile, di riproduzione, del  cosiddetto amore, dell’accoppiarsi, della compagnia, di avere chi ci capisce al fianco”.  A volte chi ci fa davvero compagnia è il nostro adorato cane come Macchia che “a tavola mi fa compagnia, mi mette le zampe sulla coscia…Prendo la sua testa tra le mani, la sento vibrare di vita”.

Ci sono descrizioni di scene del giardino che mi sono sembrate davvero molto belle, mai retoriche e descritte così bene come “Il susino in fiore, completamente bianco, sembra una nuvola di panna montata” e “a primavera la vita è spingere”.

La malattia come progressiva difficoltà a muoversi che ci costringe da attore a spettatore del giardino, “Il giardino è diventato imenso, troppo grande da percorrere in una volta sola….è davvero il luogo ideale per vivere questo ultimo lungo, lento commiato dal mondo.” E anche l’assistere all’impossibilità dei gesti più comuni “Una zanzara tigre si posa sul mio piede. Non sono in grado di cacciarla via. Non posso scappare. Come una pianta”.

E poi ancora giorno per giorno i frammenti di gioia “E anche così, col sole, il tepore, un pò di gioia c’è sempre”.

“La libertà. La malattia è una prigione, ora si tratta di riuscire a custodire, nonostante tutto, la libertà interiore. Almeno quella.”

Un libro da leggere e che ci aiuta a riflettere sulla nostra vita.

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dic 10 2015

Letto per voi: nativa dei prati

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Elisa Tomat, Nativa dei prati, Maestri di giardino Editori, 2015, 145 pp., 10 euro

Un piccolo libro che brilla nel panorama editoriale italiano per serietà, chiarezza terminologica e capacità di fare divulgazione senza mai scadere nell’ovvio. Anzi direi che l’autrice ha il merito di sfatare tante ovvietà e tante semplificazioni che fino ad ora hanno caratterizzato la presentazione del  tema dei prati fioriti.

Prima di affrontare la materia il capitolo “Nomi e definizioni” fa chiarezza sulla terminologia, che non è affatto una cosa scontata. “I fiori selvatici non sono ‘essenze’. Nemmeno gli alberi, gli arbusti o qualsiasi altra categoria di piante da giardino lo sono… La parola “essenza” non significa nulla dal punto di vista scientifico, e non serve come termine volgare, perchè, volendo, c’è già ‘pianta’” .

Un prato fiorito – che contiene non solo erba (Graminacee) ma anche fiori di preferenza specie selvatiche anzicè cultivar commerciali tradizionali – non è “un bordo colrato di fiori seminati anzichè trapiantati, per esempio un misto di papaveri, fiordalisi e Nigella. Più che un prato fiorito questo lo definirei un’aiuola fiorita, in quanto manca un elemento fondamentale: l’erba”

Molto istruttivo il capitolo “Ecologia spicciola per il buon seminatore” che distingue con precisione prato e campo come due habitat ecologici molto diversi alla luce di tre concetti fondamentali, quello di stress, disturbo e competizione. Nel capitolo “Miti da sfatare”  Elisa Tomat sfata il mito della facilità della realizzazione di un prato naturale e d’altra parte “un insieme di fiori annuali mescolati prendendo tutte le specie che più ci piacciono a casaccio, e seminato su un terreno ben lavorato non è un prato”. “Un prato è invece un insieme di piante perenni, e solo in minima parte annuali, che costituiscono uno strato compatto e continuo, quindi falciabile, di radici e fusti: un cotico”.

Un libro che è anche di piacevole lettura ma che va letto e studiato con attenzione!

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nov 09 2015

Letto per voi: Le storie che non ti ho raccontato di Elena Accati

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Elena Accati, Le storie che non ti ho raccontato, L’Artistica Editrcie, 2015, 135 pp., 14 euro

L’autrice è una grande protagonista del giardino in Italia. Laureata in Scienze agrarie a Torino ha svolto tutta la sua carriera universitaria in Facoltà di Agraria a Torino, come professore ordinario di Floricoltura e docente di Parchi e giardini, è stata responsabile di una Scuola di specializzazione e di Un Master sulla progettazione dei parchi e dei giardini a Biella. Ha lavorato in paesi in via di sviluppo per conto della Fao e della Banca mondiale insegnando alle popolazioni locali a produrre più cibo. Ha curato progetti di ricerca sul paesaggio e sul giardino storico. Ha collaborato a ‘Tutto scienze’ del quotidiano La Stampa. Ha pubblicato 250 lavori scientifici e una quindicina di libri su parchi e giardini…..
Negli ultimi anni si è data alla narrativa sempre parlandoci di giardini e di natura: tra questi ultimi scritti una serie di racconti di divulgazione botanica pensati per i suoi nipotini.

Questo suo ultimo piccolo libro è molto bello, intimo e capace di coiniugare sentimenti umani e atteggiamenti e capacità percettive e comunicative delle piante.

Ho molto apprezzato il coraggio di Elena di mettersi a nudo raccontandoci, attraverso il complesso rapporto con la figlia, gli errori, i tentativi, le riflessioni di una donna di ferro che ha dedicato la propria vita al suo lavoro di ricercatrice, di docente e che ha saputo ripensare e credo ricostruire la trama di una relazione così preziosa e così difficile.

Dalle piante si possono imparare tante cose che possono illuminare il nostro percorso famigliare dalla competizione, alla frugalità, al silenzio, alla generosità all’ingegnosità.

“Vi sono madri che capiscono fin dal primo momento in cui stringono al seno la loro creatura che l’essenziale è darle radici e ali, ad altre invece serve un lungo percorso per arrivare a comprenderlo… Gli otto racconti qui riuniti evocano il rapporto fra una madre e una figlia bambina e adolescente. Un rapporto costellato da asperità e rigidità. aspettative fallite e incomprensioni, involontarie mancanze e silenzi di parole mai dette, ma anche di momenti di tenerezza e complicità… Questa immersione nella memoria…una sorta di confessione di chi scrive, avviene attraverso l bellezza e il fascino  del mondo vegetale… Dalle domande sul comportamento delle piante si scivola a quelle sull’agire umano: essere competitivi persino con i propri figli come fa il pesco è un male o un bene? La robinia e l’ailanto sono due  modelli di invadenza, un aspetto sicuramente da evitare, ma un’eventualità che capita a tutti di sperimentare…”

Vi consiglio di leggerlo!

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