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mag 15 2017

Letto per voi: Plant revolution di Stefano Mancuso

Molto interessante, come al solito, l’ultimo libro di Stefano Mancuso, sempre molto chiaro pur affrontando processi molto complicati e assai stimolante anche perchè ci fa capire come la conoscenza dei raffinati processi del mondo vegetale potrebbero aiutarci a migliorare la nostra vita.

Non a caso il sottotitolo è ‘Le piante hanno già inventato il nostro futuro’!

Per Mancuso le ragioni per imitare il mondo vegetale sono tante ‘le piante consumano pochissima energia, compiono movimenti passivi, sono costruite a moduli, hanno una intelligenza distribuita (al contrario di quella centralizzata degli animali) e si comportano come delle colonie’.

Nelle piante la parola d’ordine è decentrare e la loro forza, nonostante non possano muoversi, dipende dal fatto che tutte le funzioni che negli animali sono concentrate in organi specifici sono invece distribuite in tutto il corpo. E questo è il solo modo per difendersi dalla predazione non potendo ovviamente scappare.
Fino ad oggi l’uomo ha sempre replicato, nelle sue innovazioni tecnologiche l’espansione e il miglioramento delle funzioni umane replicando l’essenziale dell’organizzazione centralizzata animale. Un esempio per tutti è il computer che in un certo senso è ‘una banale trasposizione dei nostri organi in chiave sintetica’, dove il cervello è il processore che deve governare l’hardware e ram, dischi rigidi, schede video e audio sono i tanti organi con funzioni specifiche. Le piante, che hanno dovuto sviluppare una eccezionale sensibilità per conoscere il loro ambiente, rappresentano un modello molto più moderno e resistente di quello animale coniugando flessibilità e solidità con una architettura cooperativa, distribuita e senza centri di comando, capace di resistere a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità.

Per dimostrare questa sua tesi, il biologo passa in rassegna nei vari capitoli le tante capacità a volte davvero incredibili delle piante e i campi dell’innovazione tecnologica dove sarebbe possibile copiarle.

  • La memoria senza cervello (con riferimento ad esempio agli esperimenti condotti sulla Mimosa pudica).
  • Le piante come plantoidi sfruttando le inesauribili potenzialità delle radici (cioè ispirarsi alle piante con un approccio bioispirato per produrre nuove tipologie ai automi in grado di resistere in ambienti ostili, come la mappatura di campi minati, le esplorazioni spaziali, le ricerche minerarie e petrolifere!!!)
  • L’arte della mimesi (con il caso della Boquilla trifoliata, una vera zelig del mondo vegetale che riesce a copiare le foglie della specie ospite, albero o arbusto) e la dimostrazoione che le piante sono dotate di una seppur rudimentale visione
  • Muoversi senza muscoli: le piante hanno movimenti attivi (apertura degli stomi e la fioritura), che richiedono il consumo di energia interna e movimenti passivi che invece utilizzano l’energia dell’ambiente senza copnsumare energia e che sono dovuti a variazioni igroscopiche di alcuni costituenti delle cellule (ad esempio la pigna apre le sue squame in ambiente secco e le chiude quando l’umidità dell’aria si alza). Mancuso si domanda se non sia possibile trovare un materiale in grado di muoversi sfruttando solo i gradienti di umidità dell’aria
  • Rapporto piante e animali: spacciatori e consumatori di nettare extraflorale. La mirmecofilia, ossia la cooperazione tra piante (offrono il nettare) e le formiche (difendono la pianta dai predatori)
  • Democrazia verde. Molte delle soluzioni sviluppate dalle piante sono l’esatto oposto di quelle prodotte dal mondo animale. Se per gli animali l’unica risposta è il movimento, per le piante la parola d’ordine è adattamento. E per questo occorre una sorprendente sensibilità che aiuta le piante a percpire una molteplicità di fattori chimici e fisici. Le radici sono il cuore di questo sofisticato sistema di intelligenza distribuita. Le piante si comportano come una colonia di insetti.
  • Archipiante: copiare il meccanismo della fillotassi, cioè la disposizione delle foglie lungo i rami per ottimizzare l’esposizione alla luce. Il caso delle cactacee che hanno compiuto una trasformazione della fotosintesi che avviene di notte per evitarela perdita di acqua.
  • Cosmopiante: le piante come nostre compagne nel viaggio nello spazio!
  • Vivere senza acqua dolce

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gen 11 2017

Letto per voi. Gennaio 2017

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S. Boeri, Un bosco verticale. Libretto di istruzioni per il prototipo di una città foresta, Corraini edizioni, 2015, 160 pp., 25 euro

Per la verità non amo il bosco verticale di Milano e sono convinta che sia un progetto alquanto sopravvalutato. Scenografico sicuramente ma quanto ad essere un bosco, parliamone per favore…
Detto questo ho sfogliato con cura il libro che mi è stato regalato a Natale e che è dedicato a questo progetto. E’ fatto bene, è accattivante, descrive con cura tutti gli aspetti tecnici del progetto e la piccola fauna (insetti e uccelli) che si è mano a mano installata tra le verzure.
Il libro è diviso in 4 parti: “Alberi e umani”, un testo di Stefano Boeri che racconta la nascita e lo sviluppo del progetto; “Storie dal Bosco Verticale”, con alcuni piccoli racconti di Stefano Boeri illustrati da Zosia Dzierżawska; il “Dizionario illustrato del Bosco Verticale in 100 voci”, molto interessante perché raccogli i concetti chiave del progetto (dalla biodiversità all’usignolo passando attraverso la breve descrizione di progetti simili e i dati tecnici di realizzazione) e infine “Bosco Verticale: Imparare dal I BV”, pensato per consentire l’esportazione del bosco in altri progetti simili.

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dic 15 2016

Letti per voi. Dicembre 2016

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Luca Mercalli, Il mio orto tra cielo e terra, Aboca, 2016, 127 pp., 12 €

Il noto scienziato del clima, che collabora anche con la rivista Gardenia, ci racconta con semplicità e leggerezza la sua esperienza di creazione di un orto domestico condotta nel rispetto pieno della biosfera e a partire da questa pratica sul campo ci presenta le sue riflessioni sull’agroecologia, chiamata anche agricoltura conservativa, che rappresenta una importante presa di coscienza della limitatezza delle risorse naturali. I principi fondamentali sono: 1) la salvaguardia del suolo con un no reciso alla lavorazione in profondità del terreno che impoverisce il suolo, lo priva dei preziosi microrganismi e ci obbliga a fare un uso dissennato di oncimi di sintesi; 2) l’importanza delle erbe spontanee che possono convivere con la coltura principale e in alcuni casi attivare meccanismi di simbiosi; 2) far ricorso alla policoltura, cioè la compresenza di molte specie in superfici sottoposte a continuo avvicendamento per sfruttare la biodiversità

Slow train coming “Il treno finestra sul paesaggio”. Un’idea di Mario Allodi, Andrea Cassone, Andrea Marziani. Coordinato da: Rinenergy, Associazione senza scopo di lucro
Si tratta di una nuova collana molto originale di piccoli libretti chesi propongono come una guida di viaggio particolare, cioè l’ accompagnamento alla scoperta di un territorio visto dal finestrino di un treno, cornice in movimento di un quadro-vivente, visione privilegiata per abbracciare, osservare e quindi imparare a leggere il paesaggio.

I primi tre titoli pubblicati sono: 1 Milano – Laveno. 2 Pavia – Alessandria (detta Torreberetti). 3 Colico – Chiavenna.
In ognuna delle guide una illustrazione per tratti, tracciati su una mappa, del percorso con una segnalazione ragionata delle caratteristiche del paesaggio in movimento e delle architetture. Nel capitolo ‘Snodi’ una descrizione sintetica dei luoghi d’arte, della natura e dei sapori.

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giu 17 2016

Letti per voi giugno 2016: Martella e Giubbini

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Questo mese vi propongo due saggi a mio parere molto interessanti

M. Martella, Tornare al giardino, Ponte alle Grazie, 2016, 59 pp., 9 €

Un piccolo libro ricco di tante riflessioni profonde e di suggestioni poetiche. Diviso in tre parti Luogo, Natura morta, Giardino.
Per Martella (di cui ho già recensito Giardini in tempo di guerra http://www.giardininviaggio.it/letto-per-voi) tornare al giardino vuol dire un ritorno “al mondo incantato della physis”, che per i primi filosofi greci era molto di più di quello che oggi noi chiamiamo natura: cioè l’essere e il movimento che include gli uomini e le divinità e che non si discosta molto dal Tao cinese. La storia dell’occidente ha poi preso un’altra direzione con un progressivo allontanamento dell’uomo dal proprio ambiente con la natura che è divenuta un oggetto.
Per Martella in questo processo “abbiamo perduto la capacità di abitare poeticamente la Terra” cioè la capacità di “accettare il mistero dell’esistenza non come un limite, ma come apertura, come promessa”.
Quello che noi proviamo  è una sorta di nostalgia delle nostre origini, del tempo in cui gli esseri umani erano in armonia con il cosmo. Il giardino allora ci offre “la possibilità di abitare la Terra con umiltà, come suoi figli, affidando alle piante, all’acqua e agli animali la cura dell’anima mutilata”.

Guido Giubbini, Il giardino degli equivoci. Controstoria del giardino da Babilonia alla Land Art, Derive e Approdi, 2016, 127 pp., 14 €

Guido Giubbini, storico dell’arte e fondatore della rivista Rosanova, aveva già pubblicato in due volumi i suoi saggi storici sul giardino (vedi http://www.giardininviaggio.it/letture-2 e http://www.giardininviaggio.it/letti-per-voi-5).
Nel breve saggio appena dato alle stampe ci propone in 15 capitoli da lui intitolati “Equivoci” una sorta di controstoria in cui, devo dire con solide argomentazioni, sfata molti dei miti che hanno avvolto per secoli la storia dei giardini.
Qualche esempio?
Quello del giardino quadripartito (chahar bagh) che in specie la storiografia anglosassone ci ha tramandato come il modello persiano di tipo centripeto e chiuso verso il paesaggio. In realtà secondo Giubbini il giardino persiano era un giardino semplicemente organizzato in lotti quadrati ma di tipo longitudinale e aperto verso l’esterno; questo modello è poi stato tramandato, attraverso i giardini di Granada, al Rinascimento italiano e quiandi a tutto il giardino moderno occidentale. Ed è proprio nell’occidente cristiano e non nell’Islam che ha avuto successo il giardino quadripartito di tipo chiuso e centripeto.
Un altro mito da sfatare è quello che riguarda Villa Lante di Bagnaia, il cui parterre originariamente doveva apparire come un “piccolo esercito di orti cintati, ben diverso dall’attuale disegno neobarocco di siepi di bosso”. O ancora l’equivoco dei giardini di Versailles, che “pur essendo così importanti non sono l’opera più importante, e nemmeno la più bella, di André Le Notre”, una sorta di “compromesso tra il suo stile più caratteristico, quello di Vaux-le-Vicomte e di Chantilly, e lo stile italiano; un compromesso, probabilmente voluto dallo stesso Luigi XIV”.
E poi ancora si parla di Capability Brown e del giardino paesistico inglese, di Vita Sackville West e del giardino a stanze, del rapporto tra giardino e paesaggio.

Un libro che fa molto riflettere e che ci dimostra come sia difficile considerare il giardino nella sua interezza collegando tra loro tutti i differenti elementi che lo costituiscono, estetici, simbolici, sacri, botanici, paesistici, sociali. Un invito come dice l’autore nella sua introduzione “all’esercizio del dubbio e della critica”.

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feb 08 2016

Letti per voi: il libro di Pia Pera

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Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle grazie, 2016, 216 pp, 15 euro

Non è facile commentare questo libro stupendo che ho divorato l’ultimo weekend commuovendomi a più riprese ma anche sentendomi profondamente arricchita.

Ci vuole molto coraggio, intelligenza e sensibilità per riuscire a parlare della propria malattia senza mai rischiare di essere troppo proiettati su di sè e senza mai essere lacrimosi. Un libro lucido, a tratti persino ironico, ricco di profonde meditazioni sulla vita, la morte, le passioni. E in tutto il giardino e gli animali tanto amati, come i cani Macchia e Nino a cui è dedicato.

Struggenti i versi di Emily Dickinson da cui è tratto il titolo: Al giardino ancora non l’ho detto/non ce la farei/Nemmeno ho la forza adesso/di confessarlo all’ape/….e non lo si sussurri a tavola/nè si accenni sbadati en passant/che qualcuno oggi/penetrerà dentro l’Ignoto.” Versi che copirono Pia quando li lesse “con la forza di una rivelazione”.

Trascrivo semplicemente alcuni brani del libro di Pia che mi hanno colpito particolarmente

“…resta solo il mondo. Quella parte di mondo, di natura, che è fonte di gioia purissima, disinteressata credo, o forse fine a se stessa, non asservita al criterio di utile, di riproduzione, del  cosiddetto amore, dell’accoppiarsi, della compagnia, di avere chi ci capisce al fianco”.  A volte chi ci fa davvero compagnia è il nostro adorato cane come Macchia che “a tavola mi fa compagnia, mi mette le zampe sulla coscia…Prendo la sua testa tra le mani, la sento vibrare di vita”.

Ci sono descrizioni di scene del giardino che mi sono sembrate davvero molto belle, mai retoriche e descritte così bene come “Il susino in fiore, completamente bianco, sembra una nuvola di panna montata” e “a primavera la vita è spingere”.

La malattia come progressiva difficoltà a muoversi che ci costringe da attore a spettatore del giardino, “Il giardino è diventato imenso, troppo grande da percorrere in una volta sola….è davvero il luogo ideale per vivere questo ultimo lungo, lento commiato dal mondo.” E anche l’assistere all’impossibilità dei gesti più comuni “Una zanzara tigre si posa sul mio piede. Non sono in grado di cacciarla via. Non posso scappare. Come una pianta”.

E poi ancora giorno per giorno i frammenti di gioia “E anche così, col sole, il tepore, un pò di gioia c’è sempre”.

“La libertà. La malattia è una prigione, ora si tratta di riuscire a custodire, nonostante tutto, la libertà interiore. Almeno quella.”

Un libro da leggere e che ci aiuta a riflettere sulla nostra vita.

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dic 10 2015

Letto per voi: nativa dei prati

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Elisa Tomat, Nativa dei prati, Maestri di giardino Editori, 2015, 145 pp., 10 euro

Un piccolo libro che brilla nel panorama editoriale italiano per serietà, chiarezza terminologica e capacità di fare divulgazione senza mai scadere nell’ovvio. Anzi direi che l’autrice ha il merito di sfatare tante ovvietà e tante semplificazioni che fino ad ora hanno caratterizzato la presentazione del  tema dei prati fioriti.

Prima di affrontare la materia il capitolo “Nomi e definizioni” fa chiarezza sulla terminologia, che non è affatto una cosa scontata. “I fiori selvatici non sono ‘essenze’. Nemmeno gli alberi, gli arbusti o qualsiasi altra categoria di piante da giardino lo sono… La parola “essenza” non significa nulla dal punto di vista scientifico, e non serve come termine volgare, perchè, volendo, c’è già ‘pianta’” .

Un prato fiorito – che contiene non solo erba (Graminacee) ma anche fiori di preferenza specie selvatiche anzicè cultivar commerciali tradizionali – non è “un bordo colrato di fiori seminati anzichè trapiantati, per esempio un misto di papaveri, fiordalisi e Nigella. Più che un prato fiorito questo lo definirei un’aiuola fiorita, in quanto manca un elemento fondamentale: l’erba”

Molto istruttivo il capitolo “Ecologia spicciola per il buon seminatore” che distingue con precisione prato e campo come due habitat ecologici molto diversi alla luce di tre concetti fondamentali, quello di stress, disturbo e competizione. Nel capitolo “Miti da sfatare”  Elisa Tomat sfata il mito della facilità della realizzazione di un prato naturale e d’altra parte “un insieme di fiori annuali mescolati prendendo tutte le specie che più ci piacciono a casaccio, e seminato su un terreno ben lavorato non è un prato”. “Un prato è invece un insieme di piante perenni, e solo in minima parte annuali, che costituiscono uno strato compatto e continuo, quindi falciabile, di radici e fusti: un cotico”.

Un libro che è anche di piacevole lettura ma che va letto e studiato con attenzione!

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nov 09 2015

Letto per voi: Le storie che non ti ho raccontato di Elena Accati

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Elena Accati, Le storie che non ti ho raccontato, L’Artistica Editrcie, 2015, 135 pp., 14 euro

L’autrice è una grande protagonista del giardino in Italia. Laureata in Scienze agrarie a Torino ha svolto tutta la sua carriera universitaria in Facoltà di Agraria a Torino, come professore ordinario di Floricoltura e docente di Parchi e giardini, è stata responsabile di una Scuola di specializzazione e di Un Master sulla progettazione dei parchi e dei giardini a Biella. Ha lavorato in paesi in via di sviluppo per conto della Fao e della Banca mondiale insegnando alle popolazioni locali a produrre più cibo. Ha curato progetti di ricerca sul paesaggio e sul giardino storico. Ha collaborato a ‘Tutto scienze’ del quotidiano La Stampa. Ha pubblicato 250 lavori scientifici e una quindicina di libri su parchi e giardini…..
Negli ultimi anni si è data alla narrativa sempre parlandoci di giardini e di natura: tra questi ultimi scritti una serie di racconti di divulgazione botanica pensati per i suoi nipotini.

Questo suo ultimo piccolo libro è molto bello, intimo e capace di coiniugare sentimenti umani e atteggiamenti e capacità percettive e comunicative delle piante.

Ho molto apprezzato il coraggio di Elena di mettersi a nudo raccontandoci, attraverso il complesso rapporto con la figlia, gli errori, i tentativi, le riflessioni di una donna di ferro che ha dedicato la propria vita al suo lavoro di ricercatrice, di docente e che ha saputo ripensare e credo ricostruire la trama di una relazione così preziosa e così difficile.

Dalle piante si possono imparare tante cose che possono illuminare il nostro percorso famigliare dalla competizione, alla frugalità, al silenzio, alla generosità all’ingegnosità.

“Vi sono madri che capiscono fin dal primo momento in cui stringono al seno la loro creatura che l’essenziale è darle radici e ali, ad altre invece serve un lungo percorso per arrivare a comprenderlo… Gli otto racconti qui riuniti evocano il rapporto fra una madre e una figlia bambina e adolescente. Un rapporto costellato da asperità e rigidità. aspettative fallite e incomprensioni, involontarie mancanze e silenzi di parole mai dette, ma anche di momenti di tenerezza e complicità… Questa immersione nella memoria…una sorta di confessione di chi scrive, avviene attraverso l bellezza e il fascino  del mondo vegetale… Dalle domande sul comportamento delle piante si scivola a quelle sull’agire umano: essere competitivi persino con i propri figli come fa il pesco è un male o un bene? La robinia e l’ailanto sono due  modelli di invadenza, un aspetto sicuramente da evitare, ma un’eventualità che capita a tutti di sperimentare…”

Vi consiglio di leggerlo!

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lug 08 2015

Letto per voi: Il giardino che vorrei di Pia Pera

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Pia Pera, Il giardino che vorrei, Ponte alle Grazie, 2015, 165 pp., 13€

Qualche anno fa avevo sfogliato la precedente versione de libro che Pia Pera aveva fatto a quattro mani con la fotografa Cristina Archinto e non mi aveva colpito molto perchè le immagini, alcune belle altre più scontate, mi sembrava che oscurassero le parole. E il giardino ha bisogno anche di parole che sappiano raccontarcelo.

Quindi benvenuta questa nuova edizione del libro che compare senza immagini e riveduta e ampliata.

Dico subito che l’ho trovato un libro molto bello, un libro che ci aiuta a guardare il giardino e che ci insegna molte cose in maniera semplice e pratica, mai scontata. Un piccolo fiore, questo libro che spicca nel panorama assai affollato di letteratura del settore, a volte interessante ma troppe volte inutile ed eccessivamente enfatica.

Quello che mi ha colpito in primo luogo di questo libro è il contrasto fra la raffinatezza delle descrizioni e delle osservazioni affidate ad un linguaggio prezioso e a tratti poetico, che però non indulge mai all’enfasi, e la concretezza dei suggerimenti pratici e la precisione dei riferimenti botanici.

L’autrice ha scelto di raccontarci “nove scene primarie” che illustrano altrettante situazioni dove può sorgere un giardino o elementi che lo caratterizzano. “Un pò per fingermi in altri possibili giardini un pò per ispirare chi ancora non ha messo mano al suo, ho immaginato nove scenari possibili, inziando dall’acqua, che mi fa battere più forte il cuore con la tentazione di abbandonare la mia terra…”. Dopo l’acqua, il sole, l’ombra, il mare, la pianura (“Pura visione la pianura: come il foglio bianco su cui non si sia ancora iniziato a scrivere, la tela in attesa del primo segno, il lucido dell’architetto, la tabula rasa su cui nulla sia ancora impresso”), la collina, la collina, la montagna, la città e l’orto. Ciascuna scena viene raccontata attraverso le suggestioni che questi contesti suscitano e attraverso alcuni giardini; nella seconda parte di ogni capitolo “Dietro le quinte” dove l’autrice suggerisce come realizzare i nostri desideri botanici, che piante scegliere e come ospitarle al meglio.

Molto bello e toccante l’ultimo capitolo che è dedicato al giardino di Pia Pera,  “un posto dove mi sento semplicemente felice”

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mag 26 2015

Letti per voi: Biodiversi di Mancuso e Petrini

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Biodiversi, Stefano Mancuso e Carlo Petrini, Giunti – collana Slow Food, 2015, 123 pp., 10 €

Un dialogo tra due personaggi che pur differenti nella formazione sono accomunati da una grande sensibilità per la tutela della natura, della terra e preoccupati degli scenari che ci si presentano nella generale miopia: un confronto fra scienza botanica e gastronomia per una nuova visione della Terra e del ruolo dell’uomo.

Entrambi concordano che ci troviamo ad affrontare una crisi entropica, causata dal nostro stile di vita, dalle nostre scelte produttive e che per uscirne occorre cambiare il nostro paradigma.

Secondo Mancuso ci troviamo ad affrontare una sorta di seconda rivoluzione copernicana: se con Copernico e Galileo avevamo scoperto che la terra non è affatto il centro dell’universo, oggi c’è da augurarsi che venga mutata la nostra comprensione del rapporto dell’uomo con gli altri esseri viventi: “L’uomo non deve essere più il centro della vita attorno al quale gli altri organismi viventi ruotano, ma soltanto uno dei componenti del sistema”. D’altra parte proprio perchè non riusciamo a comprendere il nostro ruolo nell’ecosistema non siamo in grado di riconoscere il livello di dannosità a cui la nostra specie è giunta!

Un metro per giudicare il successo degli organismi viventi è la loro capacità di propagarsi meglio e di più degli altri. Seguendo questo parametro gli animali in senso lato sono in pratica ininfluenti sul nostro pianeta dove il 99,7% di ciò che è vivo è costituito dalle piante con la consguenza che una loro sparizione significherebbe la scomparsa della vita sulla terra.
Mancuso parla a questo proposito di “etica della natura”, cioè di un rapporto non predatorio ma benevolo nei confronti della natura.

Per Petrini infatti “Viviamo in un mondo dominato dalla primogenitura dell’economia e della scienza, dove non c’è più traccia di una visione olistica, capace di allargarsi all’etica, alla spiritualità”.
Anche per Mancuso la mancanza di una visione sistemica è un tema fondamentale. Infatti i biologi molecolari, che sono la maggior parte di coloro che studiano le piante, non le studiano nella loro interezza ma indagano singoli aspetti di relazioni genetiche o di interazioni molecolari. Per capire davvero “cosa fa una pianta, di cosa ha bisogno, di quali sono le sue relazioni con le altre piante o con gli animali, è bene rivolgersi ad una persona che le coltiva, le alleva e ci vive assieme anzichè a un biologo molecolare”. La visione olistica, inoltre, è la sola che ci permetterebbe – a parere di Petrini – di superare la contrapposizione tra la scienza e il sapere tradizionale, per poter arrivare ad una visione più ampia e meno settaria.
Inoltre per Mancuso oggi “l’insieme è studiato più da un punto di vista filosofico-umanistico che scientifico…e questa è davvero una deriva sbagliata”; bisogna seguire il modello di Darwin che che utilizzava quello che oggi chiameremmo un approccio sistemico.

Il dialogo tra Mancuso e Petrini permette di avvicinare la gastronomia e la scienza vegetale. Secondo Mancuso infatti la rete di Terra madre e la serie di presidi di Slow food sono fatti proprio come una pianta, che a differenza dagli uomini e degli animal, che hanno una struttura centalizzata e gerarchica, è invece costituita da una serie di moduli che si ripetono senza nessun organo centrale. E’ così che il mondo vegetale può essere assunto come modello del moderno.

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apr 13 2015

Letto per voi: giardini in tempo di guerra

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Teodor Ceric’, Giardini in tempo di guerra, a cura di Marco Martella, Ponte alle Grazie, 2015, 124 pp., 12€

Marco Martella, storico dei giardini e direttore della rivista Jardins, dopo “E il giardino creò l’uomo” uscito un paio di anni fa, ci propone un’altra poetica investigazione del mondo dei giardini questa volta in giro per l’Europa e ancora una volta con un espediente letterari,o nei panni di Teodor Ceric’ poeta e critico letterario di Sarajevo che ha pubblicato una raccolta di poesie ” Solo il poeta può uccidere la poesia” nel 2003 e si è consacrato ad un’unica sua opera, il suo giardino.
Martella immagina che il poeta abbandonando Sarajevo sotto i bombardamenti serbi da giovane studente, intraprenda un viaggio per l’Europa sostando e lavorando in alcuni giardini.

La prima visita è dedicata a Prospect Cottage il giardino dell’artista Derek Jarman che così scrive “prima di abbandonare la partita, però, intendo celebrare il nostro angolo di paradiso, la parte del giardino che il Signore ha dimenticato di menzionare”.
Nelle parole di Ceric’/Martella così viene descritto il paradiso di Jarman “I fiori erano ovunque..Circondavano la casa come a proteggerla, fragili, pronti a piegarsi sotto il vento, ma risoluti… Pensai che se le selci e i legni portati dal mare erano lo scheletro del giardino, quei fiori ne erano la carne. Una carne martoriata  ma vigorosa, piena di vita nella giovinezza della primavera”.  “Prospect Cottage non era l’evocazione dell’Eden. Era l’Eden”.

Poi visita in Grecia la grotta di Anatòlios Smith, conosciuto in Grecia negli anni sessanta come attivista politico e autore di una canzone e poi diventato come un eremita in una grotta circondata dal suo “bosco-giardino”, dove negli ultimi 25 anni aveva piantato migliaia di cipressi, ulivi, mirti, corbezzoli e lecci.
Poi una sosta a Roma incantato dal parco di Monte Caprino suggestivo nelle ore notturne e poi ancora alla ricerca del giardino di Samuel Beckett e nel Surrey nel parco di Painshill (“Ecco un giardino creato da un poeta..ma un poeta che avesse scelto una forma di poesia senza parole,una poesia incarnata nello spazio, nella materia viva e fremente del mondo, passeggera come tutto ciò che vive”. Per finire i giardini delle Tuileries e il giardino murato di Ceric’.

“Non è questa – mi dica – la promessa del giardino? Non è questa la speranza più segreta dell’uomo? Tornare alla terra, fare di nuovo corpo con essa, e parlare finalmente la sua lingua…no, essere la sua lingua. Una nota fra le altre in questa musica senza inizio nè fine” così conclude l’autore (Martella o Ceric’?)

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