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mar 21 2013

Giardini mediterranei sotto vetro di Federica Raggio

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Sparmannia africana

Ecco un altro contributo dell’amica Federica Raggio, fantasiosa e originale come sempre

Sono talmente abituata a vedere serre popolate da piante tropicali, succulente e di origine desertica, che quando mi è capitato di entrare in una serra mediterranea, mi sono sentita come dentro un barattolo da conserva.
Intrappolata sotto vetro, ma anche (e soprattutto) catturata, in senso metafisico, dalla bellezza delle serre del Giardino Botanico di Monaco di Baviera, ecco dove è successo.
È pieno inverno e le aiuole non valgono la pena di uno scatto, soprattutto in una giornata senza sole, dove non avrei neppure il divertimento della compagnia delle adorate ombre. Attraverso velocemente i giardini esterni barellando dal freddo. È la maestosità di alcuni esemplari che incoraggia qualche rapido passo sotto un nevischio fastidioso. È un vero peccato che il cielo non possa far da fondale alle chiome antiche e arabescate, che mai mano villana ha offeso con potature scriteriate.
Ritorno barbellando al barattolo.
Una vera sorpresa camminare in un set tipo “passeggiata mare sulla riviera ligure” con una temperatura coerente con l’invernalità bord de mer, associata a fioriture forse un poco anticipate; del resto il sottovetro qualche effetto sulla naturalezza ce l’ha.
Ancora oggi non riesco a capire da dove provenga tutto questo stupore.
Sarà forse perché ambienti umidi o desertici ricreati in serra hanno comunque un che di artefatto, mentre dentro questa serra sembra di avvertire una maggiore naturalezza? Oppure è proprio la percezione del mio habitat messo sottovetro che sposta il mio baricentro vegetale in un nuovo punto da riquadrare?
Cosa prova un brasiliano quando entra in una serra tropicale? La prossima volta che mi capita un incontro del genere, non perderò occasione di proporre la questione.
Pur essendo molto meno noto dei giardini di oltre manica, i Kew Gardens, il complesso delle serre è magnifico e copre una superficie di ben 4500 m², quasi quanto quelle dei Kew !
Si riassume in 11 serre laterali e 3 halls distributive. La Hall di ingresso per i grandi cacti e gli aridi del continente americano. La centrale, con i suoi 21 m. di altezza che ospita gli ambienti tropicali. L’ultima con piante del continente africano e Madagascar. Le 11 serre laterali sono suddivise per tipologia climatica in successione. Orchidee, piante da commercio alimentare dei tropici, serra vittoriana ovvero il giardino mediterraneo sotto vetro, acquatiche e carnivore, una seconda serra centrale con piante dell’Africa arida e Madagascar, e poi ancora succulente e cacti nella serra del Messico, arecaceae e bromeliaceae, cycadaceae, felci arboree e Begonie e infine la serra temperata, molto simile a quella vittoriana.
L’efficienza e il pragmatismo tedesco diventano fuochi d’artificio (http://www.botmuc.de/)

Ecco alcune immagini

Botanischer Gart. Serra vittoriana

Botanischer Gart . Serra messicana Cyphostemma currori e aloe sp

Serra delle cycadaceae

Serra di felci ed epifite

Hall delle grandi cacti Beaucarnea recurvata

Mimosa, quercus ilex e chamaerops humilis

Viburnum tinus e Teline nervosa

Sparmannia africana

fioriture di Erica arborea e viburnum tinus

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dic 22 2012

Fuochi d’artificio islandesi: gli orti botanici di Federica Raggio

Pubblicato da in "plant design"

Ecco l’ultima parte del servizio di viaggio sull’Islanda di Federica Raggio.
In questi mesi l’Islanda potrebbe essere terra non riconoscibile a chi l’avesse percorsa solo durante l’estate.
È arrivato il periodo dell’anno più temuto, anche dall’intera popolazione. È arrivato il buio. La natura schiaccia il pedale dell’eccesso verso quanto di più estremo riesce a esprimere,e tutto ciò che per mesi è inondato di luce, ora, passati gli equinozi, per altrettanti mesi sarà avvolto dalle tenebre. L’unica luce è quella di aurore boreali e, meno di charme ma indispensabile, quella quasi regalata da centrali e compagnie elettriche.
Gli appunti del precedente appuntamento sul blog di Laura, sono stati l’ultima trance del mio viaggio, ma non del tutto.
Ho aspettato fino alla fine e conservato i luoghi che seguono, per un rush finale di fuochi d’artificio, forse ormai aspettato. Una specie di capodanno nel golfo di Napoli, un’onda anomala di colori, possibile solo grazie il clima (tutto sommato!) mite dell’isola.  La corrente del Golfo qui la fa da regina e regala niente meno che…la vita. L’Islanda sarebbe come la Groenlandia o, alla meglio, come i Paesi Baltici, se le sue coste non fossero toccate da quel qualcosa di tanto invisibile quanto potente che arriva dal Golfo del Messico e impedisce che tutto sia immobilizzato sotto ghiacci semi perenni.
Sicuramente non mi sarebbe stato possibile visitare i suoi tre giardini botanici. Chissà che aspetto hanno ora questi luoghi, che ho frequentato in alcuni casi fino a tarde ore serali, durante la scorsa estate. È stata una travolgente sorpresa che incalzava su tutti i sensi. In Islanda gli occhi non sono assolutamente abituati a vedere tante fioriture tutte insieme, e soprattutto sembra essere addirittura incoerente la palette cromatica intensissima, brillantissima e superlativa. E poi il naso viene deliziato da profumi, le orecchie dal ronzio degli insetti che banchettano ingordi e dalle sfumature del vento che vibra tra le tante tessiture di foglie e ramaglie; anche il gusto è stuzzicato, da bacche commestibili e dolcissime (che inevitabilmente non riesco a non assaggiare), e il tatto curiosa tra foglie e steli.
Tre sono i giardini, i due botanici di Reykjavik e Akureyri, e un piccolo parco cittadino a Husavik, famosa esclusivamente per i tours all’inseguimento di balene e altri grossi cetacei.
I Giardini Botanici di Reykjavik nascono nel 1961 con lo scopo di proteggere 175 specie di piante locali e promuovere la conservazione e ricerca della flora isolana. Ha una bella collezione di rose botaniche, di erbacee perenni indigene e di altri continenti, svariati esemplari di Sorbi e altre piante da bacca.Ha un giardino roccioso che, pur essendo io una delle più acerrime nemiche del genere, devo ammettere, mi ha sorpreso e coinvolto a tal punto che lo ritengo, ancora a distanza di mesi, uno dei migliori angoli dell’intero Parco.
È, naturalmente, anche un luogo di piacere e svago – in islandese giardino botanico è Lystigardurinn, dove lysti ha la stessa matrice di lustig, in tedesco divertimento. Ha un orto meraviglioso, che i locali chiamano il Gourmet Garden. D’impianto è fedele alla tradizione, le verdure sono coltivate tra fiori da taglio, ornamentali e piccoli frutti. La verdura coltivata è ad uso esclusivo della cucina del Cafè Flora, il bistrot all’interno delle serre centrali, che oltre a piatti incantevoli, ha un fitto calendario di eventi che si susseguono per tutta la durata della bella stagione.

 

Reykjavik Botanic Gardens aiuole delle perenni

Reykjavik Botanic Gardens aiuole delle perenni

Reykjavik Botanic Gardens orto

Reykjavik Botanic Gardens orto

Reykjavik Botanic Gardens aiuole perenni da ombra

Reykjavik Botanic Gardens cafè

Reykjavik Botanic Gardens prati con altofusti

Reykjavik Botanic Gardens filipendula

Reykjavik Botanic Gardens giardino roccioso

La minuscola Husavik, punto di partenza per il whale watching, è un paesino di pescatori (ex). Non c’è praticamente nulla, ma, forse per la sua remota posizione nell’estremo nord est, si respira un’atmosfera di totale astrazione dalla realtà, niente ha impattato l’aria tersa e l’aspetto quasi fiabesco del piccolo borgo. La sorpresa maggiore arriva, come sempre, stando al verde. Lungo il fiume Budara (sembra più un torrente) che attraversa la città, si sviluppa un quieto quartiere residenziale. I giardini privati sono un tutt’uno con il parco urbano ed è forse questa fusione che lo fa apparire ancor più speciale. Fondato nel 1975 da 12 donne del Rotary Club di Husavik, non conserva collezioni particolari, ma conta più di 50 specie di alberi e arbusti e oltre un centinaio di specie di perenni, distribuite con eleganza e sensibilità. Alcuni edifici storici e rovine presenti entro i confini del parco sono stati ”inseriti” nel contesto con grande attenzione e l’anello di congiunzione tra esistente e nuovo ne fa un paesaggio perfettamente riuscito.

 

HUSAVIK

HUSAVIK

HUSAVIK

Akureyri, a nord del paese, è la seconda (e unica) città più importante dopo Reykjavik. Il Giardino botanico, a meno di 15 minuti a piedi dal centro città, è un’altra inaspettata meraviglia, soprattutto non va dimenticato che si trova a solo un centinaio di km a sud del circolo polare artico. L’impianto del parco è del 1912, e nasce come luogo di svago, su decisione di un gruppo di donne locali che fonda nel 1910 la Park Society. Vivono qui gli alberi più antichi del Paese. È solo nel 1957 che viene aperta la sezione botanica, incrementata di collezioni di perenni artiche, orticole, ornamentali, arbusti. Il giardino funge anche da banca del seme in tema di conservazione e scambio di specie resistenti alle condizioni climatiche più estreme. L’ingresso è gratuito e il giardino è aperto fino a tardi le sere estive, l’immancabile Caffè molto accogliente ne fa un’ ancor più piacevole meta.

Akureyri Botanic Gardens Cafè

Akureyri Botanic Gardens Capanno degli attrezzi di fronte alle aiuole delel perenni

Akureyri Botanic Gardens Capanno degli attrezzi di fronte alle aiuole delel perenni

Akureyri Botanic Gardens aiuole delle perenni

Akureyri Botanic Gardens aiuole delle perenni

Akureyri Botanic Gardens aiule centrali lungo i percorsi tematici

“Bambino, ho scoperto i giardini grazie ai romanzi inglesi e francesi che mia madre faceva arrivare dal Continente e che adoperava, dopo averli letti, per insegnarmi le lingue straniere, la sera, accanto al caminetto. Quelle descrizioni di luoghi incantati, carichi di profumi e di fiori dai colori meravigliosi, mi facevano forse sognare? Non proprio. Cosa significavano per me? Se si eccettuava qualche sparuto orto di campagna, non c’erano giardini nella mia isola, battuta senza tregua dai venti. I fiori erano rari, gli alberi rachitici, i paesaggi vuoti.”
Sono battute con cui Jorn de Pércy apre il suo libro “E il giardino creò l’uomo” (ed.Ponte delle Grazie). I giardini che ho appena descritto non esistevano ancora quanto, nel 1912, veniva scritto questo breve ma preziosissimo saggio. Io, con le sue parole, chiudo il mio breve racconto a puntate sull’Islanda, la sua terra e, con trepidazione, ve ne consiglio lettura integrale. Scalderà il cuore. E ringrazio l’amico che me lo ha regalato. Buona Natale.

 

 

 

 

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nov 25 2012

L’Islanda non ha alberi di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

tipico paesaggio islandese di muschi, licheni e fumi

Ecco l’ultima parte del diario di viaggio islandese di Federica Raggio

Nella sua naturale inclinazione, l’Islanda non ha (più) alberi. I vichinghi rasero al suolo la vegetazione più alta e legnosa per farne fasciame da imbarcazione.La corrente del Golfo che permette la vita incontra però un ostacolo; i freddissimi e violentissimi venti, soprattutto invernali, associati a un ambiente ormai troppo aperto e privo di ripari, imposero drasticamente nuove condizioni ambientali, decisamente non ideali alla crescita di alberi.
Ciò che vediamo spuntare dalla terra ed ergersi ad altezze superiori al metro e cinquanta, cresce e resiste grazie a un’intenzione umana, grazie a immensi sforzi, e soprattutto solo in centri urbani ad uso esclusivo di estetica e decoro. Guai a chi abbatte alberi !
Il legname da costruzione, che la tradizione vuole vedere utilizzato solo come elemento di decoro, arriva dal Sud America, dalla Siberia, dal Canada. Arriva via mare, ma non via container a bordo di navi cargo. Ammarato sulle spiagge della costa islandese, è consegnato dalle onde, ed è di proprietà privata ad uso esclusivo di chi possiede quel pezzo di terra costiero.
Viaggiando spesso si incontrano magazzini en plein air, ordinati cumuli di legna, suddivisi per dimensione e spessore, che aspettano di essere utilizzati. Aguzzando lo sguardo li si intravvede ovunque, nei pali che formano recinzioni, intagliati a incorniciare finestre, sculture nei giardini.
La tipica vegetazione islandese è più un passaggio zen che un’impronta paesaggistica. C’è un detto popolare che narra “Se ti sei smarrito in una foresta islandese, alzati in piedi!” Più per feticismo botanico che per reale potenziale futura necessità compositiva, ho cercato, e poi comprato, un libro sulla flora islandese, “Flowering plants and ferns of Iceland”, di Hörður Kristinsson, un meraviglioso volume che censisce tutto quello che cresce sull’isola, un incredibile viaggio raso terra. Incalcolabile la quantità delle specie descritte, oltre 400. Di tutto ciò solo Betula pubescens e Betula nana superano i 50 cm di altezza nella loro legnosità! La nana raggiunge un massino di 60 mentre la pubescens viene descritta con altezze che variano tra il metro e i 12 mt (solo sulla carta!). Il resto un mondo di effimere bellezze che puntellano il paesaggio sventolando violentemente ma con delicatezza sotto le spinte dei tifoni isolani.
Appena rientrata, camminando per le strade della mia città, platani, tigli, bagolari e tutte quelle altre chiome che popolano i nostri percorsi quotidiani, mai mi sono parsi tanto alti e soprattutto possenti, come in quell’istante successivo al ritorno, e per un paio di giorni mi hanno fatto sentire un’ Alice nel paese delle meraviglie, dopo essersi rimpicciolita.
Ma quell’onirico mondo parlante è rimasto molto più a nord. C’è un posto che non ha eguali sulla terra… Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie mistero e pericolo. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio.
E per fortuna… io lo sono. (Il Cappellaio Matto, Alice nel Paese delle Meraviglie)

vegetazione tra le lave costiere della penisola di Snæfellsnes

graminacee al vento

percorso con area sosta in un campo di lava e muschio, sembra una maquette!

Skógar abitazioni tradizionali con tetto di torba e molta vegetazione

Skógar raro esemplare di betula pubescens adulta. in primo piano overdose di magenta del lythrum salicaria

il giardino dell’Hostell Hvoll, Kirkjubaejarklaustur

giardino zen presso il Vatnajökull

qualche albero cresce protetto tra le case di Seyðisfjörður

vegetazione spontanea e vista sul Mývatn

magazzino di legname

Flatey, l’isola a vegetazione zero

Betula pubescens

vegetazione tra le lave costiere della penisola di Snæfellsnes

scultura di S.Olafsson Reykjavik

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ott 10 2012

La risposta islandese al giardino dei tarocchi? di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

Federica Raggio torna sul tema dell’Islanda con un servizio su un piccolo giardino islandese all’insegna del riciclo creativo che sembra appunto la risposta dell’isola al giardino dei tarocchi!

Sembrerebbe così, o quasi, per lo meno a me.
In realtà non è un giardino aperto al pubblico, ma è una proprietà privata senza recinzioni di alcun genere.
A dire il vero, stando ai canoni classici con cui si identifica il luogo giardino, neppure può essere definito tale, giardino.
Non ci sono aiuole fiorite, arbusti e alberi non sono gli elementi che ne disegnano la struttura portante.
È un mondo a sé, un paesaggio onirico infestato da vagabonde e “rottami”.
Stavo camminando diretta al museo delle sculture di Sigurjón Ólafsson. Ormai avvezza ai controsensi islandesi, ho per un attimo creduto di essere arrivata alla meta, anche se dall’opuscolo del museo, che tenevo in mano per ricordare l’indirizzo, trovavo difficile confermare un legame tra l’immagine stampata e quella realtà che mi si parava di fronte.
Ad ogni modo, con incredibile disinvoltura (faccia tosta) comincio a girare tra queste folli architetture-sculture, fotografando, gustando pienamente l’estro generato da una buona dose di follia, mi diverto e non riesco a staccarmi da quel luogo, nonostante la pioggia in agguato (nonostante la ormai confermata consapevolezza di trovarmi su una proprietà privata).
È tutto un salire-scendere, terrazze e belvedere in successione sincopata, mostri marini e dell’immaginario più fantasioso, tutto prende forma da oggetti di metallo, legno, ogni sorta di materiale recuperato o portato dal mare.
Uno scultore proveniente da una comunità di trolls e posseduto dallo spirito di Mirò sembra aver dato forma ad alcune sculture che allestiscono alcune porzioni del giardino.
Angelica arcangelica è la vagabonda padrona, satura l’aria col suo profumo di tiglio e riempie gli spazi adattando la sua dimensione che può raggiungere anche i tre metri di altezza. Il suo colore è sempre perfettamente in contrasto con i colori del paesaggio islandese.
Posso solo immaginare a giugno i lupini (Lupinus nootkatensis) in fiore puntellare di viola le lamiere arrugginite a ridosso della roccia vulcanica.
Una rosa color Barbie (rosa gallica) a ridosso della casella delle lettere accoglie il gesto del postino e diffonde quel profumo quasi citrino, nota costante durante l’estate.

Una rosa gallica

 

Angelica arcangelica

 

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set 21 2012

Arte architettura e paesaggio in Islanda di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

Pubblico la prima puntata di una srie di articoli che Federica Raggio dedica al suo viaggio in Islanda di questa estate

E la natura plasmò arte e architettura.
È già tutto sotto i nostri sguardi, alla portata di chiunque, senza costi aggiuntivi o corsi di specializzazione.
È solo questione di osservazione, ascolto e interpretazione dei messaggi che la natura ci manda.
La sensibilità, certo, è madre del buongusto.
In Islanda, però, parecchie eccezioni sono ammissibili. Non si può neppure più parlare di buon gusto contro folli eccessi di cattivo senso estetico.
Quando la nebbia, che spesso occulta il paesaggio, si alza, gli scenari che ci si parano davanti agli occhi sono tra i più incredibili.
Si fatica a percepire come reale lo stato di veglia. Ci si deve schiaffeggiare per rendersi conto di non essere in un sogno, a metà strada tra il surrealista e il metafisico, nella migliore delle ipotesi.
A livelli più estremi, si arriva a ipotizzare che i pasti serviti in quegli accoglienti caffè di cui l’intera Nazione è disseminata, vengano conditi con droghe psichedeliche a lento rilascio.
E se questa è la quasi immediata percezione per noi comuni mortali, per animi artistici e più sensibili a profonde empatie con le nature del pianeta, l’Islanda diventa il luogo dove è lecito perdere il senso della misura, della direzione, l’intero baricentro sensoriale.
Trovandosi di fronte a certe architetture e opere d’arte, i primi giorni di viaggio si ha ancora sulle spalle una buona dose di quel senso critico e giudizio, che presto si rivela totalmente inutile e quasi fuori luogo.
In breve tempo, chilometri di altrettanto strabilianti forme di paesaggio danno la chiave di lettura alle opere umane.
E non si vede l’ora di poterci tornare, mal d’Islanda è al pari di mal d’Africa, chi lo avrebbe mai detto?

Ecco alcune immagini davvero straordinarie

Stykkishólms Kirkja
Anche per la Stykkishólms kirkja, la chiesa di Stykkishólmur nella penisola dello Snaefell, le ispirazioni al paesaggio sono, come dire, quasi scontate…
Ma attenzione, solo in Islanda delle architetture così azzardate, sono, appunto, degli azzardi e non degli scempi !
(il lago glaciale si chiama Jökulsárlón)

Stykkishólms kirkja

Stykkishólms kirkja

Stykkishólms kirkja: lago glaciale Jökulsárlón

Stykkishólms kirkja: lago glaciale Jökulsárlón

I corpi organici in movimento di dissolvenza elastica di Tony Cragg (Liverpool, 1949; vive a Wuppertal), assomigliano ai profili enigmatici pietrificati sulle scogliere islandesi.

Tony Cragg

Sculture di Ásmundur Sveinsson
Dai campi di lava sembrano uscire forme umane. Gli islandesi convivono con i trolls, esseri notturni che vivono tra le rocce; se all’arrivo della luce non rientrano alle loro dimore rischiano di essere trasformati loro stessi in rocce.

Ásmundur Sveinsson

Hallgrímskirkja e Harpa Concert Hall hanno nel dna la struttura delle formazioni basaltiche. La prima sembra generarsi dalla struttura di una cascata o di un geyser, la seconda è possente sul territorio come alcune formazioni rocciose.

Hallgrímskirkja

cascata Skaftafoss con la roccia basaltica, uno dei simboli di Islanda che ricorda un po’ la chiesa Hallgrims

Hallgrímskirkja

Harpa vetri

Harpa Cocert Hall Reykjavik

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lug 17 2012

Serre de la Madone, take 2 di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

Fiore di Bauhinia variegata

Federica Raggio, ospite ormai abituale del mio blog torna su un giardino da lei amato, Le Serre de la Madone, su cui aveva già scritto un post dedicato alle bellezze del giardino in inverno

A distanza di sei mesi mi ritrovo nuovamente nei paraggi di Mentone e il feticismo botanico mi trascina in luoghi noti.
E’ affascinante tornare in tutte le stagioni e trovare punti di riferimento avvolti da un contesto diverso.

Questa è la natura, dispensa sorprese a getto continuo. Le fioriture si danno staffetta con una velocità impressionante e il gioco più comune tra gli appassionati e prendere in tempo quella preferita, oppure lasciarsi sorprendere da inaspettate sorprese.
Sono arrivata un po’ in ritardo sulla primavera mediterranea.
Ho trovato l’ultimo ingresso prima del riposo estivo.
Se di abitudine le piante vanno in letargo vegetativo durante l’inverno, qui vanno in siesta per proteggersi dalla canicola estiva.

Ho fatto giusto in tempo a conoscere una Lonicera hildebrandiana, un caprifoglio dopato di dimensioni quadruplicate rispetto ad una Lonicera caprifolium che mi ha fatto sentire come Alice nel paese delle Meraviglie. Il suo profumo è proporzionato alle dimensioni e ci si separa a fatica.

La luce estiva mette in risalto anche la fantastica “collezione” di cortecce, che sono stata la mia vera ossessione e compulsione durante questo giro.

Concludendo il mio giro, come sempre, al bookshop, mi viene raccontato che la corteccia ritratta sulla copertina di ECORCES, Ed.Ulmer (ISBN : 9782841383566, disponibile alla Libreria della Natura), è quella di un Eucaliptus cresciuto a Serre de la Madone. L’autore Cédric Pollet è tornato più volte, nel corso di stagioni e anni, per fotografare le metamorfosi che la “pelle” delle piante subisce con gli anni…a riconferma di una regola che vale per qualsiasi essere vivente, la ruga accresce il fascino.

Ma tra noi umani sono ancora in molti a credere più nel botox che nella grazia del tempo.

Lonicera hildebrandiana ha esattamente le fattezze di una lonicera caprifolium con le foglie un po’ più coriacee. Quel che impressiona sono le sue dimensioni, merita l’intromissione della mia mano per dare una proporzione. Il profumo non ha eguali.

Vista dal pensatoio sul paesaggio circostante

giardino delle pergola, un parterre di Agapanthus non ancora in fiore. A sinistra macchia del giardino arido ed esemplare di Cycas. Sullo sfondo collezione di conifere.

La villa “Casa Rocca”. Dal un bersò di glicine si anticipa la vista del giardino moresco. Una generosissima bouganville accende la facciata.

Vista d’insieme Giardino dei platani o Giardino alla francese è su un piano leggermente ribassato rispetto alla serra calda e la grande vasca. Platanus orientalis e quattro aiuole di bosso compongono un disegno formale con al centro una piccola fontana. Serra calda e grande vasca d’acqua contornata da vasi d’Anduze, tipici vasi in terracotta smaltata, l’alternativa francese al cotto toscano.

Il giardino moresco. In questa stagione la vasca inondata e i vasi nuovamente piantumati con Nymphaea sp. La zona è delimitata da siepi di bosso e vasi in cotto con bosso a palla. Una bellissima roverella (Quercus pubescens) cinge il perimetro e scaccia la canicola con la sua ombra

La piccola vasca con statua al centro, sin intravvedono Nymphaea sp, Cyperus papirus, Nelumbo nucifera sotto l’esemplare di Acca sellowiana. Sullo sfondo, il contrasto dei diversi verdi dà giochi di luci-ombre, tema ricorrente nel giardino mediterraneo più scarno di colori in certe stagioni.

All’ombra dei platani verso il paesaggio circostante

La piccola vasca con Nymphaea in primo piano

Sullo sfondo in perfetta armonia con il contesto, la villa domina sulla proprità. Strelitzia reginae, Ficus pumila e una piccola fontana a muro sottolineano la scalinata che attraverso una serie di altri giardini tematici conduce verso la villa.

Ceratonia siliqua

Nolina longifolia

Nolina longifolia

Arbutus canariensis

Arbutus canariensis

Arbutus canariensis

Grevillea robusta

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mag 29 2012

Antica cappelleria botanica di Federica Raggio

Pubblicato da in "plant design"

Questa volta Federica ci propone una carrellata di cappelli botanici che davvero sono immagini curiose e talora sorprendenti.

ANTICA CAPPELLERIA BOTANICA

La kermesse milanese di Orticola è alle spalle.
Ogni riferimento a persone o fatti realmente avvenuti è puramente casuale.

Tutti coloro che hanno la passione per i cappelli, e hanno subito l’aggressione dell’ostentazione durante quei tre lunghi giorni, possono tornare a normale vita.
Anzi, di più.
La natura cela da sempre suggerimenti che, letti a modo, si trasformano in sorprendenti rivelazioni.

La giusta rielaborazione dell’informazione riesce a dar vita a manufatti di cui l’essere umano sensibile ha infinito bisogno per soddisfare il proprio desiderio, che dico, necessità di bello e armonico.
In un’ epoca in cui tutto è disegnato da programmi dai nomi più assurdi, tra click di mouse e sketch pad, l’istinto mi spinge ad addentrarmi sempre più nel mondo dell’osservazione tra le verdi care amiche.
Ogni stagione è perfetta. Unico requisito : lasciare l’immaginazione brada e accompagnata da un buon senso di osservazione e spirito goliardico.

Nelumbo pakol afgano

Lezioso con twist. Musa sp

Cappello moresco da grande parata Alocasia

Cappello moresco versione a velo per le signore. Sempre Alocasia

L'eccentrico Cynara scolymus

Cloche anni '20- '30. Abutilon

Cloche

Cloche con applicazione. Ghianda di quercia

Basco

Basco n. 2

Melanzana - cuffietta di lana

Papavero con veletta da signora e versione maschile

Velo della madonna. Philodendron monstera

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apr 25 2012

Trasparenze retroilluminate di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

Ecco un altro originale contributo di Federica che ci propone una sua visione dei riflessi e un suggerimento prezioso per i nostri piccoli balconi.

Sono una gran fanatica di ombre e non potrei non esserlo, a questo punto, anche di riflessi e tanto meno di trasparenze.
Il fanatismo raggiunge l’estasi se le trasparenze diventano incandescenti, iridescenti, quasi infuocate all’incontro con il sole. Sono anche di spirito generoso, ma vado in bestia quando tutte le fatiche per curare un davanzale vengono godute solo dai passanti.
Certo è piacevole vedere faccette all’insù che sfidano resistenze articolari delle più ostinate per mangiare con gli occhi certe arditissime composizioni da davanzale.Trovo anche bellissima forma di mecenatismo addolcire le facciate di edifici con del verde e dei colori che accompagnano i percorsi dei passanti.

È anche vero che potersi godere con i propri occhi, e non solo per sentito dire, le personali sperimentazioni appaga in modo più immediato anche lo sponsor di fatiche & co.

E allora, con uno stratagemma più mentale che pratico, un piccolo spazio come un davanzale può trasformarsi in una pellicola, che in lentissimo movimento, proietta un film tutto vegetale sullo schermo-finestra.
Basta abbandonare, al momento della scelta, essenze dalle foglie più coriacee e sceglierne altre dalle più tenere consistenze o dalle venature eccentriche. Loro permetteranno alla luce del sole di filtrare e accendere tessiture e venature e segreti, ovvero, tutto ciò le piante tengono nascosto quando le si osserva in un vis-à-vis.

Tutto ciò mi fa quasi pensare ad una forma massonica di messaggi celati tra la clorofilla, e l’idea di osservare una pianta dalle sue spalle, quasi di sottecchi, diventa voyerismo vegetale e rende il gioco del davanzale intrigante anziché privativo.

E se poi capitasse che ci si senta, a propria volta, osservati, saranno le ombre delle amiche verdolone riflesse alle nostre spalle che scrutano,allora, noi.

Al passante, una volta tanto, lasciamo più scontate ostensioni di fiori.

Alcea, Vivaio Anna Peyron

Ancora un'Alcea

Alocasia

Begonia evansiana

farfugium dentata

Felci

Hedera helix

tropeolo

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feb 23 2012

Giardini d’inverno in riviera, di Federica Raggio

Pubblicato da in "Giardini e luoghi"

Ancora un contributo di Federica Raggio che ci parla del fascino del giardino d’inverno raccontandoci un luogo molto suggestivo: Serre de la Madone, vicino a Mentone.

Nell’immaginario collettivo più automatico i giardini durante l’inverno sono associati a luoghi tristi, malinconici e scarsamente interessanti. Non è affatto così !
E ancor meno lo si può dire se si tratta di giardino mediterraneo.Questa è la stagione in cui tutti i verdi sono più splendenti, luminosi e vibranti; per le piante lontana è la memoria della canicola estiva che costringe ogni forma di vita al letargo per garantirsi sopravvivenza in quei periodi in cui l’acqua è scarsa o del tutto assente e il sole brucia.Alcune spettacolari fioriture autunnali si protraggono fino a questa stagione o proprio nell’aria tersa e fresca dell’inverno cominciano le loro danze isolate.Le infinite tonalità di verdi e le tessiture delle foglie hanno pieno possesso della scena. La vera struttura del giardino su mostra allo sguardo del visitatore. È ciò che succede a poca distanza da noi. È sufficiente raggiungere la riviera ligure di ponente e da Ventimiglia a Nizza è un costante susseguirsi di giardini storici e giardini botanici, la cui massima concentrazione è nella città di Mentone, a pochi chilometri dal confine italo-francese.Qui, su una superficie incredibilmente limitata, si incontrano realtà quasi inimmaginabili.Nel mentonese il clima invernale è particolarmente mite e le estati non sono mai eccessivamente calde. Dalla seconda metà dell’ 800 una combriccola di aristocratici, soprattutto nord europei, tubercolotici ma illuminati e capacissimi di intendere e volere, decise di trasferire la propria dimora in questa regione, fonte di benessere per il corpo e per lo spirito. Le grandi possibilità economiche e l’entusiasmo generato dalla possibilità di sbizzarrire l’estro botanico, diedero avvio alla costruzione di eccentriche architetture (è piena Belle Ecoque) e meravigliosi giardini, spesso finalizzati a luoghi sperimentali per l’acclimatamento di molti generi botanici portati dai tropici.Solo nella città di Mentone, che Guy de Maupassant definì “L’ospedale del mondo e il cimitero fiorito dell’aristocrazia europea”, se ne contano cinque, tutt’ora in ottimo stato di conservazione e aperti al pubblico.

Mi sento quasi di casa a Villa Hanbury, visitata ogni volta che mi spingo fino all’estrema punta del ponente ligure, ma la sensazione di stupore che ho provato il pomeriggio dicembrino quando sono entrata per la prima volta a Serre de la Madone, mi fa sentire traditrice irrazionalmente appagata.
La proprietà è situata su una collina nella Valle del Gorbio, alle spalle di Mentone. Acquistata nel 1924, la villa ha subìto opere di restauro e ampliamento e i giardini sono stati concepiti e creati in un arco di tempo che spazia dal 1924-1939 alla morte del proprietario Lawrence Jonhston, stesso proprietario e ideatore del più celebre giardino di Hidcote Manor, in Gloucestershire UK, ora proprietà del National Trust.Sono la manifestazione di un meraviglioso equilibrio tra architettonico, paesaggistico e libera macchia mediterranea. Lo staff che si occupa della cura del giardino, sembra essere ancora coordinato dal padrone di casa in persona. Alla morte di Johnston, avvenuta nel 1959, è passato per le mani di svariati proprietari che hanno solo minimamente modificato l’assetto originale e dal 1999 è di proprietà del Conservatoire du Littoral, che si avvale di collaborazioni con nomi quali Gilles Clement.Il giardino raccoglie molti temi. Il principale è quello del giardino esotico, tema di grido in quell’epoca. Il tocco di genialità e grandezza di Johnston è stato quello di riuscire a celebrare l’esotico escludendo a priori l’utilizzo di palme (ad eccezione delle poche presenti), simbolo di esotico per i suoi gusti già troppo inflazionato e scontato. …..un po’ come se noi riuscissimo a far capire che il giardino mediterraneo non è fatto di soli olivi e melograni centenari come si vedono svettare da certi terrazzi milanesi…Dal genio del grandissimo conoscitore e studioso della flora tropicale, è scaturita a una incredibile collezione di piante tropicali tra le più insolite.Come se tutto ciò non bastasse, i sei ettari di terreno, parzialmente in pendenza, gli hanno permesso di soddisfare parecchi capricci paesaggistici. Giardino italiano, moresco, oliveti e agrumeti, specchi d’acqua, serre fredde e limonaie, libera macchia mediterranea sono altri temi che l’ardito Johnston ha sviluppato con garbo, sapienza e originalità.Una giornata invernale svela tutta la poesia di un luogo in cui le fioriture diventano sorprese che appaiono all’improvviso all’incedere tra sentieri e viali di questo giardino veramente magico.

giardino della serra fredda gioco d’acqua circondato da esedra inverdita con Podranea brycei e Pandorea jasminoides, anticipa il percorso che conduce alla serra fredda e ad un boschetto di Podocarpus e altre collezioni

il giardino arido e la pergola visto dalla fascia superiore. Si intravvede il “pensatoio” di L.Johnston, un tavolo in pietra e una seduta sotto il magnifico esemplare di Nolina longifolia

Da sotto l’ombra di un carrubo (Ceratonia siliqua) una vasca d’acqua con decori in ciottoli assolve la funzione di riserva d’acqua per i periodi siccitosi. Sullo sfondo la Nolina e l’alto muro del terrazzamento del giardino dei Platani

“Il giardino di verzura” visto dalla sotto l’ombrello-carrubo. Un prato formalmente delimitato da siepe di bosso è cinto da una collezione di Acacie. In gennaio le chiome sono già tutte puntate dai fiori che compariranno a partire da marzo. I giochi di verdi sono uno spettacolo inaspettato.

Una delle due sfingi in terracotta rossa fa da vaso ad una comune felce e sullo sfondo, alla base delle Aralia, Chasmanthe bicolor.

Giardino dei platani o Giardino alla francese è su un piano leggermente ribassato rispetto alla serra calda e la grande vasca. Platanus orientalis e quattro aiuole di bosso compongono un disegno formale con al centro una piccola fontana.

Dalla vasca con la Madonna nascosta dai papiri ancora verdi, si leggono i diversi terrazzamenti che conducono verso la villa attraverso giardini tematici con un’importante collezione di proteaceae e mirtaceae.

La villa “Casa Rocca”. Tecoma capensis, una bignoniacea dalle fioriture generosissime.

La vasca del Giardino moresco in assetto invernale. Il Papiro si sta spegnando e appaiono i vasi delle Nymphaea sp dal fondo dalla vasca svuotata. Una quercia aggiunge una tinta autunnale.

Il dehors sul prospetto sud sotto il terrazzamento del giardino moresco. La macchia gialla è Senecio grandifolius

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feb 06 2012

Affinità elettive di Federica Raggio

Pubblicato da in "plant design"

Federica Raggio è un’amica architetto e giardiniera che ama viaggiare e fotografare giardini, piante e paesaggi. La sua sensibilità estetica e botanica la porta a cogliere dei fenomeni nella natura che sono tanto stupefacenti quanto bellissimi. Perciò ospito con piacere queste immagini di piante che lei ha intitolato “Affinità elettive”

“E coloro che trascorrono assieme tutta la vita sono individui, che non saprebbero neppure dire cosa vogliono ottenere l’uno dall’altro. Nessuno invero potrà credere che si tratti del contatto dei piaceri amorosi, ossia che in vista di ciò l’uno si rallegri di stare vicino all’altro, con uno slancio così grande: è evidente, al contrario, che l’anima di entrambi vuole qualcos’altro, che non è capace di esprimere; di ciò che vuole, piuttosto, essa ha un presentimento, e parla per enigmi. E se, mentre giacciono accostati, Efesto comparisse dinanzi a loro, con i suoi strumenti, e domandasse: “Che cos’è, (uomini), ciò che volete ottenere l’uno dall’altro?”, e se, di fronte al loro imbarazzo, di nuovo li interrogasse: “Forse è questo che desiderate, l’accostarvi quanto più è possibile l’uno all’altro, così da non rimanere staccati, né di notte né di giorno, l’uno dall’altro? Se desiderate questo, voglio fondervi e saldarvi in qualcosa di unico, in modo che, da due che siete, diventiate uno, e finchè rimarrete in vita, viviate entrambi in comunione, come un essere solo, e quando sarete morti, ancora laggiù, nella dimora di Ade, siate uno in luogo di due, in comunione anche da morti..”

Diaologo di Aristofane a Erissimaco – Simposio – Platone

È solo desiderio di noi umani la ricerca di legami stretti e indissolubili?
O è nella natura degli esseri viventi, anelare a compagnia nella perfetta affinità?
Sotto mentite spoglie ecco alcune affinità elettive del tutto sorprendenti e inaspettate, di chi sembra essersi finalmente trovato, andando oltre le apparenze e osando sfidare (quasi) l’impossibile.
Storie di amicizie vegetali, indissolubili e imprescindibili da genere, specie e varietà.Come sempre la natura ci manda messaggi celati, dai quali potremmo attingere spunti e lezioni di vita.

Segue galleria di immagini di Federica

Betula pendula e Picea abies, Inari, Lapponia

Cactacea e Aloe sp Jardin Exotique, Principato di Monaco

Crassula sp e cactacea Jardin Exotique, Principato di Monaco

Ficus carica e Phoenix canariensis Tangeri, Marocco

Ficus elastica e Washingtonia filifera, Jardins du Casino, Principato di Monaco

Neobuxbamia polylopha e Aloe sp Jardin Exotique, Montecarlo

Platano e Chamerops humilis, sulla strada che conduce al Museo d’Arte Orientale Chiossone a  Genova

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